un anno dopo l'altro

'Flashback'. Chiamateli fantasmi se volete. Quando un oggetto, una situazione, un colore o un odore, richiamano improvvisamente alla memoria una scena del passato, che riviviamo con sorpresa.
Sabato pomeriggio, ormai fuori è buio e il freddo si fa sentire. Giorgio sta digitando i dati dell'ultimo mese dell'anno nel database. Luigi lo aiuta, scorrendo il dito sul grande registro dove giorno dopo tante mani diverse hanno segnato i dati degli interventi. Gli altri stanno seduti a chiacchierare di niente, al solito, incuranti del disturbo che danno ai due intenti al lavoro.
Manca una settimana, negli ultimi cinque giorni può ancora succedere di tutto, oppure nulla, ma il totale degli interventi è circa quello prevista. Nonostante i tentativi di farne il meno possibile.
Io ho terminato la mia parte di pulizie, ho affettato un panettone portato da un amico, e sto seduto a fissare le foto delle antiche pompe sul muro. Assaggio lo spumante e mi rilasso, vuoto la mente, domani sono in ferie. Non voglio preoccuparmi di nulla, almeno per un po'. La foto è fatta dall'alto, si vedono le tegole antiche sui tetti, diseguali.
Sento l'odore acre del fumo bollente e denso che mi aggredisce dall'abbaino che ho appena spaccato, straiato sulle tegole del tetto. Mi manca il respiro e non ci vedo più per un po'. Tanto è buio, è notte e fa freddo, il gancio del cinturone mi preme nello stomaco. Di sotto i colleghi, pronti con autorespiratori e manichette, stanno aspettando che i fumi caldi e neri escano dal varco per potere entrare nella mansarda incendiata per domare il fuoco. Striscio sul tetto e mi porto sopravvento. Tutto bene, sento che sono entrati. Sulla faccia sento il vento ghiacciato che lotta con i fumi bollenti.
Le musichette sceme dei telefonini dei colleghi mi riportano qui. Con un piede sposto la carta argentata accartocciata.
Un cellulare insanguinato cade dall'alto, rimbalza sulla spessa lamiera accartocciata e si perde di sotto, nel fango. Stringo i denti per resistere ai crampi della posizione, i muscoli mi tremano nello sforzo prolungato di sorreggere il collega che in bilico sui rottami della carrozza ferroviaria imbizzarrita e immobile sta lavorando da mezz'ora reggendo il pesante divaricatore idraulico sopra la sua testa. Anche le sue braccia tremano per lo sforzo. Non so neppure come si chiama o da dove viene. Siamo in tanti, stiamo cercando di liberare uno dei passeggeri del treno, intrappolato nelle lamiere durissime sopra di noi. Vicino altre squadre stanno lavorando per lo stesso motivo in un silenzio irreale, circondati da una nebbia fittissima. In terra, là dietro, la fila dei lenzuoli bianchi continua ad allungarsi. Non c'è nulla da dire, lavoriamo in sincrono e con determinazione, dobbiamo riuscire a salvare qualcuno. È il nostro lavoro, lo scopo di tanti anni di lavoro e preparazione, dobbiamo riuscire, accidenti. Ci illudiamo che al destino importi qualcosa delle nostre intenzioni. Tutto è irreale, come il piccolo modellino di locomotiva argentato che giace laggiù in terra, rotto, proprio accanto al gigantesco locomotore che giace sul fianco, pure lui senza più vita. Ma che ci fa lì, che c'entra, che significa'
Il vino è finito, ne ho preso appena un dito. Butto il bicchiere nel cestino, alcune gocce mi bagnano la mano.
L'acqua mi arriva al ginocchio, un forellino c'è negli stivaloni di gomma a tutta gamba che mi sono infilato in fretta, sento il bagnato allargarsi lentamente nei pantaloni. Oh bè, tanto c'è acqua ovunque, nel buio la luce blu del lampeggiante si riflette in diecimila gocce di pioggia fittissima, e camminando sollevo schizzi che arrivano dappertutto. Stiamo piazzando le pompe per prosciugare gli scantinati di queste case, ma l'acqua è troppa, dove la buttiamo se è tutto allagato' Ma qualcosa dobbiamo pur fare.
Squilla il telefono, gli appuntamenti per la sera dei ragazzi. Meglio, oggi niente canne fumarie incendiate, pare. Le pompe, le tiravano a volte coi cavalli, ma costava.
Il puledro sale sempre più in alto nel cielo ormai scuro, e noi tutti col naso in sù. E lui fermo e tranquillo, come fosse abituato a essere sollevato da una gru. Sarà contento di essere uscito dal canale cementato dove era scivolato. Chissà quante ore è stato là dentro, si sarà fatto avanti e indietro non so quante volte, senza trovare un punto per risalire. E poi, dai, come si fa a tenere una bestia del genere qua da noi, tra campi coltivati e strade piene di traffico' Non si è fatto male, ma la notte avanza. Pian piano Giulio, caposquadra e autista di gru per oggi, lo sposta e poi lo fa scendere. Appena tocca terra si rianima e salta fuori dalle larghe fasce di cotone di sostegno, è proprio contento. Bè, anche noi.
Basta, adesso. Altri flashback premono alla soglia della coscienza, e so che un paio sono troppo spiacevoli. Mi accompagneranno per il resto della vita, non desidero riviverli ancora. I cani selvaggi abbaiano in cantina, diceva Freud. Prima o poi usciranno. E’ la vita.
Il gatto. Ormai non ricordo neppure più quando e dove, ma rivivo un giorno caldo, le mani stringono forte la scala di legno con i rami e le foglie dell'albero che mi pungono la schiena, e il gatto che si stringe con le zampe al collo per non cadere. Sento il suo naso umido affondato forte nella pelle del mio collo, le orecchie abbassate all'indietro. Trema. È usanza del suo popolo fare così quando ha paura e si affida a uno in cui ha fiducia. E io ho fiducia che lui non mi infilerà le unghie negli occhi o che mi morsichi. Magari lo ignorate, ma ho colleghi che hanno altra sensibilità, e quando recuperano un gatto lo infilano in un sacco, o lo tengono per il coppetto, e fin qui va tutto bene, oppure si esibiscono nel lancio dell'animale, con manifesto disprezzo delle persone che assistono e vantandosi di essere anche dei duri. Ma io con i gatti ci sono cresciuto, so come parlarci, e a quell'abbraccio ci tengo. È sincero. Se aspetto quelli degli umani sto fresco.
OK, basta, scendo e mi cambio per tornare a casa.
Bè, insomma, abbiamo cominciato malissimo quest'anno, ma uno scontro ferroviario è estremamente raro. Poi l'emergenza neve, roba da poco, poi le varie micro calamità per le piogge sempre più abbondanti. Infine la novità degli incendi di tetti aerati, cinque o sei, disastrosi in termini di tempo e fatica richiesti a noi per domarli, e dei danni mostruosi provocati ai proprietari. Mai visti prima, stanno diventando frequenti.
Il resto è roba da poco, i soliti incendini di sterpi, cassonetti, molti (troppi) gatti, aperture porte, allagamenti, e incidenti, naturalmente. Il numero dei morti quest'anno non è cambiato, e neppure quello dei feriti. In definitiva quasi tutto normale, come ogni anno negli ultimi venti anni.
Vuol dire che il mondo funziona più o meno sempre uguale. Ogni singolo evento è certamente unico, effetto di cause ed eventi unici e concatenati in modo unico, coinvolgenti persone che non hanno mai vissuto prima fatti del genere, eppure il numero totale degli interventi per tipo resta costante con una varianza inferiore al cinque per cento, con un trend positivo costante. Le variazioni del trend si vedono su periodi lunghi almeno una sei ' sette anni.
E così la nostra vita e il nostro libero arbitrio, a quanto pare, sono limitati da una griglia rigida. Oppure stiamo vivendo un periodo della nostra storia locale (non stiamo certo parlando del mondo) molto più monotono di quanto pensiamo. Possiamo vederla in tanti modi diversi, e immaginarci infiniti meccanismi che guidano il mondo dietro le quinte, il risultato è sempre lo stesso. Magari è la nostra percezione della realtà che cambia, oppure cambiano cose che non percepiamo in modo rilevante.
Occhio, parlo sempre di interventi, dei nostri, e fatti nel nostro piccolo territorio. E, in fondo, nel nostro piccolo tempo.
Per noi, poi, in caserma c'è qualcuno nuovo e manca qualcuno dei vecchi, qualcuno è pure morto, tanti son nati. Giovanna s'è stufata, Enrico ha vinto il concorso da permanente, Luca ha crescenti problemi di salute, Giovanni ha cambiato lavoro.
La vita va avanti, il mondo anche, da che parte chi lo sa, chissà a che gioco giochiamo, e che importa poi?
Mi rendo anche conto che, ormai, nella clessidra della mia vita la maggior parte della sabbia è già scesa, le cose tendono a ripetersi, avrei bisogno di esperienze nuove.
Bè, non fateci caso, non amo molto le feste di fine anno perchè mi mettono sempre tristezza.
Quindi buon anno a tutti, con la speranza che le mie storie possano essere utili a qualcuno.
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