Friday, August 24, 2018

le SCA – Scuole Centrali Antincendio


Difficile spiegare cosa erano, e valutare cosa siano state. Per noi, che là siamo nati al mondo dei pompieri, esse erano il centro dell’universo, della cultura e della tradizione unitaria. La casa madre che irradiava forza e luce a tutti i comandi e i distaccamenti sparsi sul territorio, e da questi la recuperava rinnovata e aumentata, sotto forma di istruttori, esperienze, idee e richieste.
Non ci sono più. Gli edifici ci saranno ancora, qualche attività didattica pure; ci sono altri centri didattici, beninteso, più moderni e adatti al nuovo mondo. Ma per noi, che siamo stati “AVVA”, le “nostre” scuole non ci sono più. Quando ne siamo usciti, e ci siamo voltati indietro un’ultima volta a guardarle, sapevamo bene che non ci saremmo mai più tornati. Ma adesso sappiamo che neppure i nostri figli lo potranno fare.


Ricordo bene quel giorno che fin dalla stazione Termini (nella capitale, e da soli !) arrivammo fortunosamente davanti all’ingresso delle scuole, con le nostre valigie e un timore nel cuore. Ci aspettavamo una delle favoleggiate casermaccie militari.
E invece qua davanti avevamo un complesso di edifici di piacevole architettura: una fuga di porticati di colore rosa tra alti pini marittimi, tutto pulito e in ordine. Il silenzio della campagna romana rotto solo dal gorgogliare di una fontanella, e dai commenti dei colleghi. E qua e là alcun in uomini in divisa da vigile del fuoco. Assolutamente niente di militare.
Era un bellissimo giorno di autunno romano, un sole tranquillo nel cielo blu e un’arietta fresca e profumata di pino. E qui ci sono i vigili. Un buon inizio.
Le inaugurò “lui”, Benito, nel 1939, alle Capannelle, a Roma, all’indomani della grande unificazione delle migliaia di eterogenei corpi pompieri comunali attivi sul territorio nazionale che produsse il Corpo Nazionale Vigili del Fuoco.
Un gruppo di edifici e attrezzature destinate alla formazione e addestramento professionale dei vigili del fuoco, che ospitavano anche un centro ricerche e sperimentazione di tecnologia antincendio, un museo storico e tecnico, un centro di documentazione, la cappella principale dedicata alla patrona Santa Barbara, e altro. C’era pure una biblioteca, parte della quale costituita da libri e manuali antichi d’arte pompieristica provenienti da tutti i comandi italiani.
Quando c’era ancora il servizio di leva obbligatorio, i giovani potevano farlo anche presso diversi corpi dello stato, tra cui il Corpo Nazionale Vigili del Fuoco. Venivano allora spediti alle scuole (“SCA”) in qualità di Allievi Vigili del Fuoco Volontari Ausiliari (AVVA). Dopo circa tre mesi di addestramento professionale diventavano Vigili del Fuoco Volontari ausiliari (VVA) e inviati presso i distaccamenti operativi a imparare la pratica sugli interventi. Terminato l’anno di leva, tornavano alla normale vita civile, restando per sempre, però, membri della grande famiglia dei vigili.
A volte qualcuno continuava come volontario presso un distaccamento volontario, facendo della passione una componente della propria vita, e magari partecipava ai concorsi di stato per diventare vigile permanente, e fare della passione una professione.
Feci subito conoscenza con la burocrazia romana. Tutto il pomeriggio in attesa sul piazzale mentre gli istruttori senza fretta cercavano di capirci qualcosa con i fasci di carte che avevano in mano. Era sera quando finalmente anche quelli della nostra provincia vennero identificati e assegnati ad una compagnia. Non ci potevo credere: camerette da sei letti a castello, pavimenti in ceramica, bagni immacolati, tutto pulito e gradevole. Poi giù in sala cinema in attesa della cena. OK, mi aspettavo il peggio, e tutto era meglio. Poi, col tempo, emersero parecchie cose non proprio regolari, efficienti o piacevoli. Ma niente di grave, ci tornerei subito, se potessi.
A lato del mio letto l’armadietto, personale. Dentro, un elmetto e un cinturone. I miei, già pronti. E prima di me altri li avevano usati, dopo di me altri li avrebbero usati; una catena senza fine. Un brivido sulla schiena, “ci siamo, da adesso si fa sul serio”.
Dopo una lunga agonia, incidenti, crolli di palazzine, e altre disavventure, con l’abolizione del servizio di leva obbligatorio esse hanno perso un’altra delle loro maggiori funzioni.
Per quanto mi riguarda, l’abolizione del servizio di leva obbligatorio è una ulteriore grave perdita di diritto del popolo italiano. E purtroppo non è nemmeno strano che quasi nessuno se ne renda conto e/o ne conosca le ragioni storiche. Sono molti i diritti, la cui conquista è costata tanto e per tanto tempo che, indifferenti, stiamo perdendo in questi anni. Ma si considerava importante che qualunque cittadino avesse la possibilità e il diritto, se non il dovere, di potere entrare a far parte dei corpi dello stato, a garanzia di uno stato, per l’appunto, di tutti. Rimando ad altre fonti gli eventuali interessati.
Ogni quattro mesi iniziava per circa 1500 ragazzi un corso della durata di tre mesi. Di addestramento, di prove pratiche, di teoria. Veniva messo alla prova il coraggio, la tenacia, la pazienza. Il fisico e la mente. Sveglia all’alba, già in cortile a far ginnastica, di corsa a prendere l’attrezzatura e a far pratica tutto il giorno nel piazzale, con le scale ai castelli, le funi, le pompe, il fumo, il fuoco. A volte teoria in aula.
E anche nei momenti di riposo era un piacere ascoltare gli anziani istruttori, pompieri veri da una vita, che raccontavano storie su storie di interventi, di catastrofi nazionali, e di quando loro avevano fatto le scuole e allora era tutt’altra cosa e si facevano cose per noi incredibili, pericolose e pesantissime. E di quando c’era stato il terremoto, e allora erano partiti in soccorso tutti anche gli ausiliari non ancora formati, per imparare il mestiere sul posto. E di quell’istruttore, severissimo, che aveva temprato la mente e il corpo dei primi vigili nazionali, il cui nome ancora dopo decenni veniva mormorato con rispetto e ammirazione. In questo modo l’umanità e l’atteggiamento di quelle persone fantastiche, e l’ambiente e l’atmosfera delle scuole costruivano qualcosa di indelebile nelle nostre menti.

Tanti compagni, da ogni parte del paese. Io ero uno dei più vecchi, e in tante cose non li capivo. C’era chi dopo due giorni voleva tornare a casa, e piangeva pure. Chi si voleva classicamente rompere un dito, chi voleva marcare visita, ecc. Ma perché? Se fossero capitati in una caserma militare, allora, che facevano? E mi toccò fare da mamma a tanti, incoraggiarli la sera, cucirgli le mostrine, medicarli con i cerotti, ecc. ecc. Mah? E si vedeva subito che tanti erano lì per raccomandazione e per comodità, non certo per la passione per il mondo dei pompieri. Ma in tanti erano i pompieri nati, che eseguivano gli esercizi più difficili e rischiosi senza sforzo.
E gli istruttori, quasi tutti esperti e disponibili, col cuore in mano, sempre pronti a consigliare e a trasmettere la propria esperienza, e rincuorare chi si demoralizzava per non riusciva a montare una scala. Con il passare dei giorni, con l’esercizio e l’immersione full time in quel mondo, la passione cominciava a germogliare e mettere radici nel cuore di tanti.
Una delle prime cose curiose che scoprimmo, fu la natura del nostro coraggio. Sì, a parole eravamo tutti bravi o fifoni, cosa vuoi che sia salire su una scala, e buttarti giù sul telone, e camminare nel fumo, ecc. Come ti comporti sul serio nella situazione reale lo impari solo facendolo. La prima prova importante da fare era la trave. Su in alto nel castello principale (una torre di otto piani con pozzo centrale) una trave di acciaio di venti cm traversava il vuoto. Bisognava camminarci sopra, con pochi passi si andava da un lato all’altro della torre. Semplicissimo. E poi ai lati c’erano due funi cui attaccarsi in caso di sbilanciamento, e sotto una rete. Credeteci o meno, c’erano parecchi che partivano noncuranti e strafottenti, e al momento di poggiare il primo piede sulla trave si bloccavano sudati e non riuscivano più a muoversi. Altri, timorosi dell’idea, passavano senza problemi. Ha, chi non passava, aspettava un po’ e poi poteva ripetere la prova, ma se non ce la faceva, se ne tornava a casa.
Conosci te stesso.
Non l’avrei mai creduto, ma dopo tre mesi ero nella squadra dei dementi che si buttavano dalla torre sul telo a scivolo, tre piani sotto… Quando tornammo a “casa” e cominciammo a fare interventi reali, scoprimmo che le prove di coraggio non erano finite, anzi.
Adesso le scuole sono un ricordo, un mito.
Noi che là siamo diventati vigili, le ricordiamo.

No comments:

Post a Comment