Friday, August 24, 2018


2012 un anno lungo e difficile


Era cominciato con una nevicata memorabile, una calamità provinciale che ci aveva tenuti impegnati per un paio di settimane. Rami di alberi pericolanti, tettoie, coperti di case a rischio, infiltrazioni di acque per grondaie bloccate dal ghiaccio, lastre di neve ghiacciata in bilico dai tetti e incombenti sulle strade, ghiaccioli di dimensioni mai più viste dai tempi della guerra che minacciavano i pedoni e le auto sottostanti dai tetti altissimi della città di Bologna, tubature e anche idranti scoppiati pervia del gelo, e mille altre situazioni di disagio.
Poi i soliti incendi, capannoni e appartamenti. [singlepic id=4 w=320 h=240 float=left] A maggio il disastro: mai avremmo pensato di avere a che fare con una calamità come un terremoto e proprio a casa nostra. Abitazioni dissestate, impianti di acqua, elettricità e gas sconvolti, attività industriali bloccate se non distrutte, la trama della vita quotidiana di intere comunità tradita e sconvolta. Poi le infinite follie dell’isteria di massa, e il coraggio di tante persone, la tenacia, la fiducia, la solidarietà di tanti. Con la mia squadra ho fatto il primo intervento del sisma in provincia di Bologna, che ci ha trasportato di botto dal mondo ordinario ad un’altro mondo straordinario e sinistro, della cui scoperta ed esplorazione si poteva anche fare a meno.
Due mesi di interventi, tutti problematici sotto tanti aspetti, durante i quali abbiamo conosciuto tanti fantastici colleghi da tutta italia, tante situazioni tecniche nuove, tante storie personali; gli splendori e le miserie del Corpo e del mondo. Più che mai, in trent’anni di intenso servizio,  ho avvertito l’orgoglio e la responsabilità di essere un vigile del fuoco, da come la gente ci guardava e ci trattava, e da quanto si aspettava da noi. Ho rammentato una frase che mi ripeteva un antico pompiere persicetano a proposito della tragedia dell’alluvione del ’67; “più che la nostra opera, contava nella gente un nostro sorriso, una parola di conforto”. [singlepic id=6 w=320 h=240 float=right] Nei mesi successivi una calma insolita, pochi e rari interventi. Come se, in seguito al trauma del terremoto, i gatti non salissero più sugli alberi, i piromani si astenessero dall’appiccare i fuochi, le auto si fossero stancate di incendiarsi, la gente non dimenticasse più le chiavi delle porte di casa.
Poi, piano piano siamo tornati agli interventi più ordinari, e anzi con un curioso supplemento di alcuni incendi di palazzine abbandonate in campagna, con qualche sospetto per la solita mafia edilizia locale. E’ seguita una estate asciutta e torrida con sterpaglie assortite, finita col gran finale della ripetizione dell’incendio di alcune migliaia di rotoballe già vista l’anno passato, ma riuscita peggio dal punto di vista del piromane, perchè alcune migliaia le abbiamo salvate. Anche qui lo zampino di organizzazioni non gradite.

Alcuni anziani deceduti in casa, fieri esponenti della indipendenza individuale. Infinite tante porte da aprire, ciascuna con la sua storia umana unica e speciale, pochi gatti, quasi nessuna auto in fiamme ormai, canne fumarie a piacere, meno incidenti gravi. E non è finita, mancano due mesi alla fine dell’anno. Un anno di lotta contro gli omnipresenti e per nulla utili “sindacati” di categoria, che al solito non hanno nulla di meglio da fare se non rompere le scatole alla componente volontaria del CNVVF, e senza alcun ritegno o rispetto neppure per la tragedia che ha colpito le nostre genti. Niente di nuovo, bella la vita dei dipendenti pubblici.
 E poi le difficoltà finanziarie per il corpo in generale, un po’ meno per noi volontari che siamo abituati da sempre ad arrangiarci e metterci del nostro, ma che sollecitano una riforma seria, razionale ed europea del Corpo che quasi nessuno vuole o è capace di fare. Neppure il numero unico delle emergenze è ancora partito in Italia, siamo in ritardo di anni tecnicamente e di secoli culturalmente, caso unico nel continente ed ennesima pessima figura. Circa il personale: un lutto in famiglia, uno dei grandi pompieri di un tempo mitico ci ha lasciati. Un altro collega ha abbandonato per priorità familiari, un altro è felicemente pensionato, e quattro nuovi pompieri. Chissà se almeno due di loro resteranno, entro i classici 12 mesi di scrematura.
 
 La ruota gira, il mondo cambia, e noi con esso. Io invecchio, adesso sono il più anziano del distaccamento, per fortuna non ancora per età anagrafica ma solo per quella di servizio. Pare ieri che mi interrogavo sull’uso di tutti quegli attrezzi dai nomi astrusi sul camion, e che amavo ascoltare le bizzarre storie raccontate dai pompieri anziani.
E adesso mi ritrovo all’improvviso a recitare io quella parte. Il prossimo anno saranno 30 (trenta) anni di servizio. E mi pare di avere ancora tutto da imparare. Il Ministero sta progettando di estendere anche per i lavoratori del Corpo l’età della pensione, portandola a 65 anni. Quindi forse ne ho ancora parecchio di tempo per imparare qualcosa. Vedremo, la ruota gira, di sabbia nella clessidra forse ne resta ancora un pochino.
Forse…

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