Friday, August 24, 2018

acqua e vento e fulmini


Clop. Tic. Haaaaaarr. Pausa.
Clop un altro gradino, tic il bastone e ahhhhrrr una boccata d’aria risucchiata con affanno e dolore. Una pausa per raccogliere le forze per il successivo.
"A questa le piglia un infarto", lo pensiamo tutti, e siamo solo alla prima rampa di quattro. In cima non ci arriva mica. E da trasportare giù a mano mi sa che è pesante. Avrà novant’anni, e cammina a fatica. Eppure ha insistito per condurci dal piano terra fino alla soffitta di questa antica e strana casa torre di quattro piani. Un gradino alla volta scalato con ostinazione e fatica, un rantolo alla volta sempre più profondo. E noi dietro, in fila indiana, tutti bardati e con corde e attrezzi, un passo alla volta. Clop fa lei; clop clop clop clop facciamo noi. Pausa. Eh, abbiamo preso il ritmo.
Tutti seri, per quanto possibile, la signora è troppo dignitosa e amabile per rischiare di mancarle di rispetto. Le pareti della scala sono tappezzate di quadri, olii, tempere, acquerelli, chine, tutti di ottima qualità. Ad ogni pianerottolo, grandi foto dei nonni e bisnonni, mobili antichi sul serio, testimoni di una passata agiatezza. Ormai perduta, ma è tutto in ordine. Ancora un salto nel tempo, qui siamo in pieno inizio di 900. Non so mica se i colleghi apprezzano. Io sì, ovvio. Però sono stranamente tranquilli.
È stata un’estate ben strana. Fino a una settimana fa è stato freddo e piovoso. Allagamenti continui, abbiamo passato giorni a svuotare cantine e autorimesse. Poi qualche giorno di sole improvviso e afoso e poi ieri l’altro un colpo di coda del maltempo, una tromba d’aria violentissima che ha fatto disastri notevoli nella stretta striscia di terreno dove è passata. Acqua ad autobotti, mica catinelle, che ha allagato strade e soprattutto scantinati e garage, ma anche case e campi e cortili. Poi alberi sradicati, diversi appoggiati ad abitazioni; ulteriori coltivazioni abbattute, anche alcune vigne abbattute come castelli di carte. Grandine, che ha ammaccato auto e ha defoliato interi campi di granoturco. E anche fulmini, uno ha colpito una vecchia enorme quercia, una delle poche superstiti. Ok, giove l’ha benedetta, etruschi e celti sarebbero stati contenti di tanta santità e degnazione divina, ma a noi è toccato segarla tutta. Tre ore buone di lavoro. E un peccato, un albero così bello e sano, uno degli ultimi ormai. Abbiamo passato giorni a svuotare cantine e segare legno.

Ancora una rampa e ci siamo.
Dobbiamo andare a riparare un lucernario, danneggiato dal vento che ha spazzato con violenza rara il nostro comune qualche giorno fa. Il centralinista della sala operativa era incerto se mandarci o no,
a rigore non gli pareva un intervento di soccorso, ma la signora ha dichiarato di vivere sola e di non avere nessuno per un aiuto. Quindi siamo qua, il camion parcheggiato fuori, davanti a questa casa antica nel centro del paese. Tutto tranquillo, se non altro, dopo giorni passati a correre qua e là cono tutti gli automezzi disponibili, e anche squadre dal comando provinciale.
Ieri pensavamo che fosse finito, e invece ci hanno chiamati per un’ulteriore albero pericolante. Un bell’abete altissimo, curvo verso la strada. La padrona era una signora meridionale, grossa e grassa, ben vestita, di quelle abituate a pretendere e che non stan zitte neanche con una scarpa in gola. L’albero era ancorato con cavi di acciaio ormai rugginosi, da anni. "e infatti il vento ha fatto tagliare il tronco al filo, vedete?" A mezz’altezza il cavo era penetrato nel tronco. Ma un cavo non taglia un albero del genere, di mezzo metro di diametro, e il "taglio" non è che la cicatrice del legno cresciuto attorno al cavo nel corso di decenni. La signora ci sta prendendo per i fondelli. Saputo che il giorno prima eravamo intervenuti in paese con gru e motoseghe per tagliare alberi schiantati dal vento, voleva solo approfittare per liberare il suo giardino a gratis. Col vento l’albero non aveva fatto neppure una piega; mancavano tutti i caratteristici segni di sforzo sul terreno e le crepe nel tronco, e perfino foglie o rametti caduti attorno. Se vuole disfarsi dell’albero dovrà pagare un giardiniere. Bè, è mica la prima furbetta, capita continuamente. Basta non farci caso e chiarire le cose.
E poi ci sono persone come questa signora, invece, che ha un piccolo bisogno, ma ce l’ha davvero. Per questo la seguiamo in silenzio e volentieri su per questa scala. Bè, siamo arrivati finalmente in soffitta, lei è senza fiato – ma viva – appoggiata ad un comò a riprendere fiato.
Non è rotto l’abbaino, manca proprio. Lei temeva che la pioggia potesse entrare e rovinare la casa. E ha ragione. Aldo si lega e mentre Roberto lo tiene esce sul tetto e recupera il coperchio del lucernario. E lo ripara pure. Tutto qua. Abbiamo fato bene a venire, poteva cadere sulla strada in testa a qualcuno.
La signora è non contenta, ma addirittura commossa. Ecco, adesso inizia la discesa fino al piano terra. Provo a dirle che può fare con comodo e conosciamo l’uscita. Macchè, ci accompagna giù. A dir la verità dev’essere pure sorda, non mi ascolta molto e continua a parlare per conto suo. Mi regala un libro, preso a caso, ce ne sono parecchi sparsi per casa. Non riesco a rifiutarlo, non mi ascolta proprio e si sta pure commuovendo. Dopo un quarto d’ora la salutiamo al piano terra. Tutti contenti, è un intervento da nulla, ma ci ha dato più soddisfazione di tutti quelli degli ultimi giorni. He, capitano anche queste cose.
E poi noto che ho ancora parecchio fango secco sugli stivali, quando siamo in caserma sarà bene pulirli.



Appendice.
In casa della signora c’era, tra le tante foto antiche appese al muro, quella di un distinto signore baffuto, che fissava con uno sguardo arcigno l’insolita processione sulle scale di casa sua. Quello sguardo mi aveva colpito, mi ricordava qualcosa. Ma cosa?
Più tardi, a casa, mi è venuto un sospetto e sono andato a consultare l’archivio storico del mio distaccamento (roba mia, ho anormali e pericolose manìe storiografiche). E l’ho trovato quel ritratto e anche la scheda biografica di quel signore.
Pompiere civico nel mio paese a cavallo del ‘900, una presenza costante e importante per decenni, un encomio solenne e pubblico per avere spento da solo un pericoloso incendio. Era muratore, capo-mastro, sapeva come fare. E aveva pure costruito quella strana casa dove lo avevamo reincontrato.
La signora è la nipote, e ci sono tornato a indagare. Lei ricorda tutto, e conserva appassionata la storia della famiglia. Anche il diploma dell’encomio. E sta cercando in soffitta le foto del nonno pompiere.
Ormai sola e handicappata, mi racconta triste che l’altra sera, scoperto il guasto in soffitta, aveva telefonato a tutti i conoscenti del settore (muratori, architetti, operai) per avere un aiuto, ma nessuno aveva trovato il tempo di andare almeno a vedere, tutti la scaricavano a qualcun’altro. Lasciandola nell’angoscia non tanto del guasto in soffitta, ma nella coscienza di essere ormai sola e abbandonata.
Alla fine le era venuta l’idea, estrema e strana secondo lei stessa, di rivolgersi come ultima risorsa ai pompieri, mai chiamati in vita sua.
Le ho lasciato il mio numero di telefono, in caso di bisogno; e tornerò anche a trovarla per ascoltare le sue storie del nonno, e di questo paese come era una volta.

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