Friday, August 24, 2018

non è solo un po' di fumo…


Incendio in abitazione
"Devo pisciare anche io, come faccio?" brontola Gino, in risposta al lamento di Fazio. Essere svegliati a quest’ora, e per un incendio di abitazione con persone all’interno, non ti lascia molto tempo per prepararti. Giusto il tempo di infilarsi qualcosa, correre in caserma, arraffare l’attrezzatura e via sul camion, senza pause. E alle sei del mattino la vescica è piena. "Tienila per il fuoco" gli faccio. È vecchia la battuta, ma loro sono giovani. Questo è anche il loro primo intervento serio, dopo tanti cassonetti e porte da aprire. L’altra battuta è di farci un nodo, ma è superflua. Gino si tiene stretto al maniglione per non volare addosso a Fazio, e la concentrazione sull’intervento fa dimenticare le banalità. Anche io sono nelle stesse condizioni, ma me ne ricorderò solo tra quattro ore, come loro. È già molto se ho ricordato di prendere gli occhiali. Adesso tacciono e verificano i guanti e le chiusure del giaccone. Di solito sparano cazzate e bisogna farli tacere, ma oggi sono concentrati. Strano, sarà il tempo, o il sonno.

Non è mai semplice indossare l’autoprotettore seduti sull’autopompa in corsa, a sirene classicamente spiegate, sballottati da una parte all’altra ad ogni curva o frenata, e mentre i colleghi stanno compiendo sforzi analoghi. L’intreccio di braccia, gambe, indumenti e attrezzature può essere arduo da gestire. L’unica speranza è che la lunghezza del tragitto fornisca il tempo necessario; ma quando serve non è mai così.
Fazio se l’è già indossato, poi ci sarà pure Gianni o Fabrizio, che ci stanno seguendo con l’altro automezzo. Tra rumori, radio e sirena, bisogna urlare per intendersi. "Paolo, c’è l’autoscala?" "No, non hanno mandato niente dalla centrale, manco la botte, si vede che hanno valutato non serve". Mi manca qualcosa: "ma c’è gente dentro o no?" "Han detto di sì, ma hanno parlato solo di fumo nel vano scale. La villetta ha due piani, se serve, con le scale ci arriviamo" "vabbè, dico, ci mettiamo lo stesso le bombole; se non servono, meglio". "Se tengono chiuse le porte non dovrebbero avere problemi".
Occorre reggere lo spallaccio con la bombola, che è pesante e pieno di tubi, cinghie e manopole; poi infilare le braccia come fosse un giubbotto di due misure più stretto, e cercare di non strangolarsi nelle fascette. Poi allacciare la cintura e stringere le cinghie. A questo punto basta togliere la maschera dal sacchetto di plastica, avvitarla al riduttore, e indossarla lottando contro i suoi cinturini di gomma che avvolgono tutta la testa, e aprire contemporaneamente l’aria. Sì perché una volta stretta al volto, non si respira mica. Ma non bisogna neppure sprecarla l’aria, quindi questa fase va ritardata il più possibile. Infine bisogna indossare l’elmo, riuscendo a chiudere il sottogola sotto la maschera. E togliendo gli occhiali, tanto la maschera si appannerà già per conto suo; speriamo di vederci. Bè, tanto, se c’è fumo non è che si veda molto comunque.
Siamo quasi arrivati, ma non riusciamo a vedere se in cielo c’è fumo, misura della serietà del caso. Per le strade non c’è traffico, è domenica mattina. Imbocchiamo la via, vediamo solo un tizio in lontananza in mezzo alla strada che ci fa segno.
Quando siedo davanti, sul sedile del caposquadra, la manovra mi è quasi impossibile, visto che contemporaneamente devo fare altre cose e l’attrezzo è sistemato in modo che solo per afferrarlo si rischia la disarticolazione dell’omero, per non parlare delle acrobazie necessarie per indossarlo. Ma oggi il cs è Paolo, quindi posso avvalermi dei sedili posteriori attrezzati, che ti facilitano enormemente l’operazione piazzandoti il tutto direttamente sulle spalle.
Scendiamo e vediamo che un denso fumo nero esce da una finestra, proprio sopra le teste di due persone affacciate alla finestra al secondo piano e che gesticolano. La faccenda si fa più seria, non è solo un po’ di fumo per le scale. Dall’altro piano non si vede nulla. "Scala e naspo, veloci" Paolo urla pochi ordini secchi, e i ragazzi eseguono. Intanto io tento la porta, ma è chiusa. "Ho le chiavi se servono" dice il tizio di prima. Non sto neanche a pensare perché non ha aperto prima, la gente agitata fa cose ben strane. E infatti non ritorna, chissà dov’e andato, e qui il tempo stringe. Salgo anche io la scala italiana già montata, se il fuoco è già nell’appartamento bisogna ricacciarlo indietro per far respirare i due inquilini, e intanto qualcuno li farà scendere o si prenderà cura di loro. Ci vorrebbe l’autoscala, sempre che riesca a manovrare in questo cortilino con l’auto parcheggiata in mezzo per di più.
Scavalco il davanzale: dentro non è tanto caldo, ma il fumo in alto è denso e soffia sopra le teste. Dove sarà il fuoco? A tastoni procedo lungo il muro, inciampando in ogni mobile, cercando il fuoco, ma non trovo nulla. Non è qui. Allora bastava tener chiusa la porta. La accosto, ma ormai il danno è fatto. Vicino a me trovo Fazio con naspo e bombole, anche lui cerca il fuoco.
Inutilmente. Io vado un po’ avanti con la mano sul muro, nella nebbia fittissima ma grigia e che non scotta, una stanza alla volta. Arriverò pure alle scale. Intanto apro anche le finestre per dare aria, e il fumo si fa meno fitto e l’aria più respirabile.
Finalmente riesco a trovare la porta d’ingresso dell’appartamento, aperta pure questa, e le scale. Qui il fumo è più fitto e caldo: fuochino. Comincio a scendere e sento il crocchiare tipico dell’incendio attivo, e più in basso il bagliore rossastro pulsante: fuoco. Piccolo, però, la temperatura è bassa. Non posso procedere senza acqua, potrebbe essere un grosso incendio in cantina o magari in garage, che fa capolino. Apro i finestroni lungo le scale per evitare che vada su e torno indietro a chiamare Fazio che mi seguiva. Non riesco a comunicare con gli altri, la maschera blocca o distorce la voce, anche urlando non mi sentono. Noto che adesso nell’appartamento il fumo è molto calato, i colleghi stavano facendo respirare i due inquilini con la ‘frusta’ e il sacchetto, ma ormai non serve più. Sento il loro fischio di fine aria, dura poco. Il fumo l’hanno già respirato, però, bisogna farli arrivare all’ambulanza al più presto per i controlli. Anche se è partita l’autoscala dalla centrale, serve tempo per arrivare qui, quindi bisogna rendere agibile il vano scale, oppure farli scendere con la scala italiana – cosa da tenere per ultima perché è pericolosa. Queste persone sono anche pesanti.
Se il fuoco è piccolo, come credo, si dovrebbe risolvere in breve, ma serve l’acqua. Fazio è già qui e parte deciso nella direzione che gli indico, mentre gli allungo il tubo. Lui spegne le fiamme in pochi secondi; la luce rossastra e il calore spariscono come il fumo residuo che svanisce attraverso i finestroni del vano scale.
Ricompare il mondo reale.
La porta d’ingresso è finalmente accessibile e spalancata. Passo sopra ai resti fumanti di un quadro elettrico, un classico. L’incendio è tutto qui, piccolo piccolo, eppure ha fatto un danno enorme. Il volume di fumo tossico sviluppato da pochi chilogrammi di plastica e legno è incredibile.
Mentre mi tolgo l’autoprotettore, controllo che la scala sia agibile e segnalo ai ragazzi del 118 in cortile che possono salire, accompagnati da un paio di colleghi. In cinque minuti gli inquilini sono in ambulanza diretti al p
ronto soccorso locale, e aiuto i colleghi a smassare. Paolo è intento a prendere i dati e parla con i carabinieri.
Vedo diversi vicini in pigiama lungo la strada che guardano. Andrea mi dice che la corrente è saltata in tutto il quartiere, l’ENEL sta arrivando.
Il bar presso la caserma ci aspetta. E anche il bagno, mi siete dimenticati?

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