incendio in appartamento
Proprio la sveglia che uno desidera alle tre di notte.
Nei film i pompieri salvano qualcuno da un incendio circa ogni due ore. Noi no, proprio mai. Molto raro che qualcuno rimanga bloccato da un incendio. In oltre vent’anni non l’ho mai visto, e anche al comando provinciale sarà successo una decina di volte. Intendiamoci bene, di queste situazioni ne facciamo a meno volentieri.
E invece l’altra notte è capitato, proprio alla mia squadra. Per farla corta, partiamo a razzo nel buio della notte appena la squadra è sufficiente, senza aspettare gli altri. Ci raggiungeranno con un altro automezzo. Mentre in due si infilano gli auto-protettori, Mario dalla centrale ci comunica che il tizio sta bene, ha telefonato lui dal cellulare. Gli sta bruciando l’appartamento, lui sta a una finestra nel retro e non può uscire a causa delle sbarre alle finestre. Va già meglio, un po’. Ai ragazzi non posso che dire l’ovvio, priorità salvare le persone, poi pensiamo all’incendio. Il resto lo sanno da soli.
Quando finisco di allacciarmi gli stivali siamo già all’indirizzo. Cerchiamo il fumo, la luce delle fiamme, il rumore e la gente in mezzo ai piedi, le solite cose. Invece non c’è nessuno e non si vede assolutamente nulla, solo un lungo edificio a due piani illuminato da un lampione solitario. Oltre, il cielo stellato e il buio. Avremo mica sbagliato indirizzo? E il tempo passa, porca miseria. Incuriosita dal nostro rumore una donna in vestaglia si affaccia alla finestra del piano superiore, ma non sa nulla. No, deve essere proprio qui, perché arrivano anche i carabinieri e l’ambulanza.
Un leggero odore di fumo ci guida ad una finestra chiusa da imposte. La sfondo a braccia, tenendomi da un lato, mentre Gianni è già pronto col naspo, e finalmente esce il fumo nero. E’ qui. Non ha la violenza classica, quindi l’incendio è modesto. Più che sufficiente a soffocare, però. Bisogna trovare il tizio prigioniero, e subito, in fretta. Ma dov’è? I ragazzi iniziano a tagliare le sbarre con la mototroncatrice, mentre cerchiamo la finestra dove dovrebbe stare affacciato il tizio. Lo trovano per primi i carabinieri; è sul retro, non facile da raggiungere per la forma del caseggiato, lungo e pieno di recinti. Mentre Gigi “anziano” con la mototroncatrice e gli altri due “giovani” con le bombole, si precipitano là, io e Dario prepariamo una stesa di manichette per portargli l’acqua, indispensabile per affrontare l’incendio e difendere le persone. Non facciamo in tempo a finire, i carabinieri tornano già col tizio, più un cane, diretti all’ambulanza. I ragazzi sono stati velocissimi a tagliare le sbarre e fare uscire il prigioniero e il suo compagno.
Adesso resta solo un normale incendio d’appartamento. E i due con le bombole sono anche entrati e hanno aperto la porta, preso il naspo e stanno spegnendo quel che resta dell’incendio. Aprono le finestre per smaltire il denso fumo nero che ha annerito ogni cosa all’interno. Tutto bene. Per la cronaca, l’origine dell’incendio è il frigorifero in cucina, si vede bene sia dalla traccia lasciata sul muro, sia da quelle sui mobili. Che si sono un po’ carbonizzati sviluppando un grande volume di fumo nero, denso e appiccicoso, oltre che tossico, ma non hanno propagato l’incendio. Intanto che i ragazzi finiscono di smassare, io noto che il quadro elettrico della cucina è saltato, e il generale pure. Si vede che il frigo si è surriscaldato, per qualche motivo, e poi si è incendiato. Capita, lo fanno anche i televisori e le lavatrici.
Vado all’ambulanza a vedere come sta il nostro cliente e a prendere qualche dato per il rapporto, e ci trovo dentro anche la signora del piano di sopra. Il cane invece è stato affidato alla fidanzata, arrivata da poco. La signora è stata fatta scendere dal suo appartamento. È molto agitata, a ma non c’è motivo, non mi risulta abbia avuto a che fare col fumo. Mah, si vede che vuole partecipare, non è affar mio. Il mio cliente è giovane, un po’ frastornato, mi sa che è sotto shock, visto che è pallido e parla quasi nulla. Compensa la signora, che non tace un secondo. Prendo i dati di entrambi, comunico loro che l’edificio non ha subito danni strutturali, ma bisognerà fare qualche lavoro di restauro. Certo che non è abitabile. Chiudo le finestre, lascio le chiavi ai carabinieri.
Torniamo in sede, possiamo rilassarci finalmente. Risistemati attrezzi e scartoffie, sono ormai le cinque quando chiudiamo il cancello della caserma. Così andiamo direttamente a trovare Alfredo, che ha già aperto il bar ed esposto le paste fresche. All’odore di fumo che ci accompagna ci è abituato, e poi a quest’ora ci siamo solo noi.
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