in memoriam Iok

Negli anni in cui i vigili del fuoco correvano lungo le strade delle città italiane tra le bombe che cadevano e le sirene che urlavano, al loro fianco c’erano anche alcuni cani. Una briciola di storia poco nota.
25 Aprile, il cielo è grigio, il vento fresco agita le bandiere e gli stendardi sulla piazza del mio paese. Sono venuto in borghese a fotografare la nostra squadra. Da qualche anno anche noi, vigili del fuoco, siamo tornati a partecipare alla cerimonia, al fianco degli altri corpi dello Stato. Come era sempre stato dall’inizio fino agli anni ’80.
I vari gruppi si stanno preparando per la sfilata. Si distinguono bene gli alpini col cappello e la penna, gli ex partigiani coi fazzoletti rossi e le bandiere, i gruppi sportivi con stendardi e magliette colorate, i membri della protezione civile con le divise gialle; in testa le autorità, i carabinieri, i poliziotti, le guardie municipali e i pompieri. E i membri della banda, con la divisa azzurro grigia e gli strumenti lucenti. Tanti i cittadini, i bambini che corrono eccitati sulle pietre grigie della piazza da poco rinnovata, tra le bandiere e le autorità. È un giorno di festa per tutti, ci sono anche tanti anziani che di solito non si fanno vedere, e adesso si rincontrano, ricordano, raccontano di un mondo che c'era una volta, quando erano giovani.
Giovanna, l'efficiente segretaria del sindaco, assieme a Valentina, custode del municipio, sono indaffarate a distribuire le corone di alloro da deporre alle varie lapidi commemorative. La prima da collocare la assegnano ai due vigili del fuoco. E’ quella della lapide di Paioni, uno dei concittadini assassinato dai fascisti tanti anni fa. È situata in alto su un muro, e noi abbiamo il compito di issarla. La nostra scala italiana è già montata, due pezzi; tocca a GianPaolo salire e posarla. Si vede che è emozionato, non smette di risistemarsi l'elmo e il cinturone. È un novizio, e ci tiene molto a partecipare in omaggio al nonno, scampato a Mathausen.
Mentre aspetto vedo Antonio presso la vecchia edicola chiusa al margine della piazza. Suo nonno fu un vigile eroico in tempo di guerra; tutti conoscono le sue vicende, e a me ne ha raccontate tante altre. Al guinzaglio tiene un bel cane di taglia grande; abbaia ad un altro, Antonio gli ordina di tacere. Il cane lo guarda, si lecca il muso e obbedisce, si mette seduto; una bestia educata.
L'atmosfera di rievocazione deve averlo ispirato, perché all'improvviso mi guarda strano e mi fa: 'mi ricordo adesso che il nonno Tobia aveva una cane, Iok mi sembra, una bella bestia. Credo fosse un cane da pompiere, non ricordo bene, ma..'. Lo interrompo 'stai scherzando, un cane da ricerca per bombardamento'' 'Sì, proprio quello, aveva i canini limati. Non so da quale comando lo avesse preso. A un certo punto lo rivollero indietro, credo a Milano, ma il cane scappò e tornò qui; arrivò affamato e ferito, e da allora visse col nonno fino alla morte. Devo anche avere una loro foto sulla moto da staffetta del comando.' 'Bè che aspetti a portarmela'' 'Ma la devo cercare, ti avverto quando la trovo'. 'OK, grazie allora, ci vediamo, è una bella storia, ciao'.
Certo che è una bella storia, in quelle poche frasi c’è già l’atmosfera di quelle storie incredibili del nonno, roba da film, se non fosse che tutto corrisponde alla realtà.
Intanto la banda e le autorità hanno preso posizione, mi apposto per fare la foto. Troppa gente davanti, tanti con la macchina fotografica in mano, alcuni con la telecamera. Non ho avuto un'idea originale. Aspetto assieme alla folla che il corteo si muova. I due colleghi con la corona in mano sono allineati con gli altri, chiacchierano e si scherniscono in attesa.
Quindi, uno dei mitici cani di guerra dei vigili del fuoco è vissuto qui. È una storia minore di quegli anni che ormai nessuno ricorda. Anni fa ho trovato alcuni vecchi documenti nell'archivio del comando che ne parlavano. Ricordo bene la penombra del sotterraneo dove sono conservati i duri rapporti di intervento del '45 e '46 e le angoscianti relazioni del comandante al ministero nelle quali descriveva una città in condizioni disperate, irriconoscibile in quella moderna. La miseria, la benzina introvabile, gli automezzi requisiti, la fame, lo stato e le istituzioni in crollo e latitanti, la violenza dei nazisti e le arroganze incredibili dei fascisti nostrani. E la popolazione tormentata da soccorrere, continuamente senza altra risorsa che le mani nude dei vigili e quel poco di potere istituzionale che il comandante giocava al meglio, rischiando la testa ogni minuto. Leggendo, avvertivo un crescente gelo uscire da quelle carte vecchie e diffondersi nell'aria, roba da provocare rapidi brividi sulla schiena. Un residuo estremo di quel periodo triste e disperato di miseria, terrore e tanto bisogno di futuro e serenità.
Dopo, uscendo sul piazzale assolato tra gli automezzi rossi e i colleghi intenti ai loro doveri, immancabilmente una leggera vertigine mi segnalava il ritorno ad un presente di serenità e libertà impensabili.
Il vento si fa più freddo, grandi nuvole oscurano il sole. Il corteo è partiyo e si è fermato qui davanti. Tutti, in silenzio, guardano GianPaolo, che ha preso la corona infilandoci un braccio dentro e sale la scala con passo sicuro; in cima si assicura infilando la gamba al gradino rosso, come da procedura, e affigge la corona al gancio. Poi sfila la gamba e scende. Ai piedi della scala, tenuta dagli altri due colleghi, si mette sull'attenti come loro mentre la banda suona. Quando tace, la tromba suona il silenzio. L'atmosfera rievoca per un attimo il clima cupo degli ultimi anni di guerra, tanti tra la folla ricordano. Il corteo riprende, ne hanno tante di tappe da fare ancora. I bambini sono eccitati, corrono dietro ai pompieri, li salutano. I colleghi cominciano a smontare la scala per issarla sul furgone parcheggiato lì accanto.
I cani. Mi pare Anni, e Chef. Nel 1942 i bombardamenti delle città erano molto temuti, gli alleati miravano dichiaratamente al massacro della popolazione per indebolire il governo. Allora era normale, la guerra si faceva così. Tra le tante misure di protezione il ministero degli interni assegnò una coppia di pastori tedeschi, maschio e femmina, a tutti i comandi provinciali italiani, con un manualetto dettagliato su come trattarli, curarli, alimentarli e alloggiarli; alcuni vigili fecero un corso da conduttore di cani. Dovevano servire per la ricerca dei feriti e dei corpi sepolti sotto le macerie. Qualcuno tendeva a mangiare i brandelli di carne trovata, e per evitarlo avevano limato loro i canini.
Le carte raccontavano che al nostro comando avevano assegnato due pastori tedeschi, Anni e Chef. Durante i bombardamenti accorrevano al fianco dei vigili, là dove le bombe cadevano più fitte, appena udito il segnale delle sirene. Poi per giorni c’era il lavoro frenetico, manuale, per cercare di soccorrere i sopravissuti e soprattutto, recuperare i cadaveri sepolti chissà dove. I cani lo sapevano, dove, e guidavano i pompieri tra le macerie pericolanti e gli spezzoni incendiari innescati. Chef rimase anche ferito in servizio.
Al termine della guerra il ministero decretò che non c'erano più fondi per mantenere i cani, ormai inutili, e che pertanto potevano essere dimessi o soppressi. I vigili adottarono immediatamente i due animali, compagni di tanti momenti difficili, a spese proprie. Nei prati che circondano la vecchia sede ci saranno le loro tombe dimenticate. Immagino che lo stesso sia capitato nel resto d'Italia.
E mi viene da pensare che anche il povero Iok, l'eroico Iok, assieme ad Anni e Chef, con le loro storie minori meritano un ringraziamento in questo 25 aprile.
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