incendi e conigli – parte III

Diamo acqua dalle finestre e dalle porte al primo piano, intanto Titto e altri guadagnano il tetto e iniziano sia a spegnere che aprirlo, la stalla è ancora intatta. Si inizia a capire che l'incendio è partito da una cucina o caminetto al piano terra, si è propagato al corridoio e poi su per le scale fino agli altri piani e infine al tetto. Dentro si vede che è pieno di carabattole, copertoni e gomme d'auto, ci dicono pure una bombola di gas, ma chissà quante altre cose. E non è sicuro entrare, i solai e le travi sono tutte in legno e stanno bruciando, i solai possono crollare in ogni momento. Continuiamo a dare acqua dalle finestre, anche agli altri piani, che raggiungiamo con le scale. Speriamo che ci basti la nostra acqua fino all'arrivo della botte dalla centrale, ormai vicina. Quando annaffio l'interno da una finestra si verifica una piccola esplosione di luce azzurra; evidentemente c'è un cerchione in alluminio o lega di magnesio scaldato ad una temperatura molto alta.
Alla fine spegniamo tutto, anche lo smassamento da fare è minimo, e la stalla è salva; facciamo un giro a vedere le mucche e un vitellino, gli ultimi, e il santo attaccato al muro. I nidi di rondine sul soffitto, gli odori e i rumori di un passato già andato quando ero piccolo io. Una capsula del tempo nel suo ultimo giorno. Il proprietario dice che abbatterà la parte di edificio bruciata, costa troppo sistemarla. Peccato, la palazzina è architettonicamente bella, ha un suo stile e una unità stilistica ben riuscita. Un altro pezzo di campagna che scompare. Di nuovo. Scatto alcune foto.
L'alba è passata da tempo, il giorno è caldo ed è sabato. Il caffè e una torta offerte dalla massaia, con tanto di vassoio e zuccheriera serviti sul davanzale della finestra; una cortesia antica e mai dimenticata da questa gente di campagna, pur nel disastro domestico.
Nessuno si è fatto male neppure stavolta, giusto io una piccola ustione e Raspa pure.
Rientriamo tra gli scherzi e le battute, ma siamo stanchi. Speriamo sia finita qui. E per fortuna lo è, fatto il ripristino dell'automezzo, la finiamo al bar. Ci rivedremo al pomeriggio, oggi è sabato ed è manovra, c'è da pulire e fare qualche esercizio.
Abbiamo passato due giorni nel mondo pompiere, troppo tempo; l'altro mondo, quello 'reale' della normalità e del lavoro quotidiano ci reclamerà a sè, come sempre, ogni volta più pesante e duro, nella sua statica apparenza priva di sirene, odore di fumo, lampi di fuoco e luci blu. Speriamo di avere salvato qualcosa.
Ogni tanto capitano periodi un po' 'pesanti', quando gli interventi si succedono a distanza di poche ore e ti tengono occupato molto più del consueto, uno dietro l'altro per un paio di giorni. A casa non ti vedono per oltre 20 ore, magari non hai avuto tempo di mangiare e i vestiti che avevi sono ormai bagnati oltre ogni speranza di asciugarli e poi sei anche stanco sia fisicamente che mentalmente.
In più, se si tratta di vera emergenza, non puoi neppure contare su un minimo di cambio, perché tutti i vigili disponibili sono già al lavoro. Di solito puoi confidare, ovviamente, su un cambio dal comando, ma anche loro in tali casi sono alla frutta, e in più in questi anni sono pochi anche là a causa del calo di impiego nel settore pubblico. Noi volontari non siamo mai stati molti e in questi anni di progressivi sabotaggi e impedimenti (soprattutto sindacali), è sempre più difficile trovare nuovi vigili.
Se in un anno nel nostro territorio conteggiamo quasi un intervento al giorno, in realtà per diversi giorni è tutto tranquillo, e poi in un giorno ne capitano 2, 3 o anche 4. La durata media è di meno di un'ora, più che sopportabile, tranne per il fatto che doversi assentare dal lavoro per due o tre volte al giorno è estremamente fastidioso. Ma il peggio è quando capitano ' raramente per fortuna ' gli interventi da oltre 4 ore, e magari più di uno consecutivi.
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