Friday, August 24, 2018

Trasloco del Blog

Oggi ho trasportato il contenuto del mio antico blog dalla piattaforma Wordpress alla Blogger (dopo il trasloco dalla Tiscali ora chiusa), che ha maggiore visibilità, almeno spero. Purtroppo non è possibile un import, per cui le date risultano sfalsate, ma in ogni post c'è la data originale.
Se c'è un vantaggio con Blogger lo vedremo mei prossimi mesi, dovrebbe comparire nei motori di rierca. Ho trasferito i testi, devo completare le immagini e gli antichi commenti, lo farò nelle prossime settimane.
Dovrei anche rileggere e magari aggiornare i post, mi accorgo adesso a distanza di tanti anni che mancano tante informazioni, e c'è poco di quanto volevo comunicare, il mondo dove ho vissuto la maggior parte della mia vita è ben più complesso e articolato... ma non sono uno scrittore, abbiate pazienza.

la sirena suona per me

Poche cose, il giorno 21 ore 18 le sirene del mio distaccamento hanno suonato, e per me, per la prima volta.
Per salutarmi, perché termina in questi giorni il mio servizio.
Giorni difficili per me, ne parliamo più avanti sperando sia più facile.
E’ stato un lungo bellissimo viaggio, ma io devo scendere qui, altri proseguiranno.
Buon lavoro a tutti i colleghi.

passano gli anni…

Sono anni che non scrivo, i motivi son tanti, il principale è che l’ispirazione è fragile e le vicende quotidiane sempre più intricate e frenetiche non la alimentano. Tante cose sono successe in questi anni, siamo cambiati e cambieremo di più. Non so se domani continuo, adesso ho un raro minuto di tranquillità, vi dico che i giorni sono contati, gli anni mi hanno raggiunto e sta per concludersi la mia vita di pompiere, per raggiunti limiti di età. Già, i vigili del fuoco italiani vanno in pensione molto prima dei comuni mortali, perchè “usurati”. A 60 anni, sette prima dei lavoratori comuni. Io come volontario sono entrambe le cose, quindi non potrò più fare interventi per legge ma la legge mi obbliga a continuare a lavorare anche in cantieri, fonderie, officine fino a 70 anni, lavori come tutti sanno di tutto riposo e senza rischi. Gli statali invece usurati da anni di servizio pubblico dove si lavora un giorno ogni quattro e che di notte se non ci sono interventi possono dormire pagati e in straordinario, possono ritirarsi dal lavoro prima. Un privilegio illogico come tanti dei dipendenti pubblici. Eppure… eppure io ho vissuto quella vita usurante e anche più per oltre trent’anni, e non solo un giorno ogni quattro ma tutti i giorni della mia vita, non dovrei essere usurato anche io, non dovrebbe essermi riconosciuto lo stesso diritto al riposo per il servizio prestato? Pare di no.  I cittadini comuni non sanno come funziona, ma io so perché vivo in entrambi i mondi, quello dei civili e quello dei Vigili, da oltre trenta anni, e so.
Quindi, ancora pochi mesi, ogni cosa che faccio non è più la prima o la solita, ma diventa l’ultima. L’ultima sterpaglia, l’ultima apertura porta, l’ultimo gatto, l’ultimo incendio di appartamento capannone auto camino cassonetto, l’ultima bufera, allagamento, albero caduto, persona in pericolo sul lavoro, treno deragliato, aereo caduto, calamità, api vespe calabroni serpenti cani mucche cavalli da soccorrere, infinite storie persone e immagini e situazioni. Per sempre. Il portale di questo fantastico mondo dove ho avuto la fortuna di vivere, operare, sognare, creare e partecipare di una visione del mondo reale del tutto diversa e straordinaria, sta per chiudersi per sempre. La prospettiva non è immaginabile per me, troppe le cose della mia vita quotidiana che ho cambiato in funzione del servizio, ogni minuto della vita di noi vigili volontari (no, non i discontinui, altra storia) è dedicata al servizio in tanti modi che non saprei neppure più elencarli tanto sono diventati parte integrante del mio quotidiano. Noi viviamo sempre pronti, pensiamo e lavoriamo, organizziamo ogni minima cosa, appuntamenti, vacanze, assenze, impegni, lavoro, perfino quando andare a fr compere o il bagno, in funzione dell’essere pronti alla chiamata, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, per ogni anno che ci viene concesso di esistere, e ogni secondo di questo tempo illumina, sostiene e guida la nostra vita. Come faccio a spiegarlo a chi non ne fa parte…
Ho provato con questo blog, ma le intenzioni sono diverse dalle vere capacità. Servirebbe uni scrittore vero, una persona informata ma capace di trasmettere sensazioni e percezioni ad altri. Non sono io, qualche frase l’avrò pure azzeccata, ma è poco. Ho tenuto un sintetico diario di questi ultimi mesi, se sarò in grado forse un giorno li svilupperò, chissà.
Cosa mi resterà non so, non so neppure come penserò “dopo”, adesso io sono ancora. Mi resteranno forse le decine di migliaia di fotografie che ho preso in quasi tutti gli interventi, ma l’essenza di questi non ci sta dentro, l’ho già cercata inutilmente. Le sensazioni, la consapevolezza, la visione del mondo che esistono in quei momenti sono molto oltre e di più. Iniziano appena arriva l’allarme, cessano quando si rientra ci si toglie la divisa e si esce dal cancello del distaccamento.
Mi resta spero il lavoro di ricerca storica che ho fatto in questi anni; per scrivere la storia del mio distaccamento ho imparato a frugare negli archivi storici, a leggere e interpretare documenti e a far rivivere episodi e personaggi scomparsi dalla memoria dei vivi. Non che la cosa interessi tanto a questi viventi, la storia non è un passatempo tra i preferiti degli italici odierni. Ma ormai vive in me, spero mi faccia compagnia.
Mi resteranno spero e forse gli altri vigili in pensione, ma non è detto, tanti appena usciti non si fanno più vedere, come se avessero dovuto rimuovere tutto.
E’ questo che temo, ma vedremo. La forza, potente, che tutto questo mi ha dato per oltre metà della mia vita dovrò pur lasciare qualcosa di sè… ho cercato di trasmetterla ad altri, a giovani, ai vigili di domani. ma i giovani sono diversi, non è detto.
Vabbè, la mia parte l’ho fatta, è ora di passare il testimone a qualcun altro. Avanti il prossimo, chi è di scena…

2012 un anno lungo e difficile


Era cominciato con una nevicata memorabile, una calamità provinciale che ci aveva tenuti impegnati per un paio di settimane. Rami di alberi pericolanti, tettoie, coperti di case a rischio, infiltrazioni di acque per grondaie bloccate dal ghiaccio, lastre di neve ghiacciata in bilico dai tetti e incombenti sulle strade, ghiaccioli di dimensioni mai più viste dai tempi della guerra che minacciavano i pedoni e le auto sottostanti dai tetti altissimi della città di Bologna, tubature e anche idranti scoppiati pervia del gelo, e mille altre situazioni di disagio.
Poi i soliti incendi, capannoni e appartamenti. [singlepic id=4 w=320 h=240 float=left] A maggio il disastro: mai avremmo pensato di avere a che fare con una calamità come un terremoto e proprio a casa nostra. Abitazioni dissestate, impianti di acqua, elettricità e gas sconvolti, attività industriali bloccate se non distrutte, la trama della vita quotidiana di intere comunità tradita e sconvolta. Poi le infinite follie dell’isteria di massa, e il coraggio di tante persone, la tenacia, la fiducia, la solidarietà di tanti. Con la mia squadra ho fatto il primo intervento del sisma in provincia di Bologna, che ci ha trasportato di botto dal mondo ordinario ad un’altro mondo straordinario e sinistro, della cui scoperta ed esplorazione si poteva anche fare a meno.
Due mesi di interventi, tutti problematici sotto tanti aspetti, durante i quali abbiamo conosciuto tanti fantastici colleghi da tutta italia, tante situazioni tecniche nuove, tante storie personali; gli splendori e le miserie del Corpo e del mondo. Più che mai, in trent’anni di intenso servizio,  ho avvertito l’orgoglio e la responsabilità di essere un vigile del fuoco, da come la gente ci guardava e ci trattava, e da quanto si aspettava da noi. Ho rammentato una frase che mi ripeteva un antico pompiere persicetano a proposito della tragedia dell’alluvione del ’67; “più che la nostra opera, contava nella gente un nostro sorriso, una parola di conforto”. [singlepic id=6 w=320 h=240 float=right] Nei mesi successivi una calma insolita, pochi e rari interventi. Come se, in seguito al trauma del terremoto, i gatti non salissero più sugli alberi, i piromani si astenessero dall’appiccare i fuochi, le auto si fossero stancate di incendiarsi, la gente non dimenticasse più le chiavi delle porte di casa.
Poi, piano piano siamo tornati agli interventi più ordinari, e anzi con un curioso supplemento di alcuni incendi di palazzine abbandonate in campagna, con qualche sospetto per la solita mafia edilizia locale. E’ seguita una estate asciutta e torrida con sterpaglie assortite, finita col gran finale della ripetizione dell’incendio di alcune migliaia di rotoballe già vista l’anno passato, ma riuscita peggio dal punto di vista del piromane, perchè alcune migliaia le abbiamo salvate. Anche qui lo zampino di organizzazioni non gradite.

Alcuni anziani deceduti in casa, fieri esponenti della indipendenza individuale. Infinite tante porte da aprire, ciascuna con la sua storia umana unica e speciale, pochi gatti, quasi nessuna auto in fiamme ormai, canne fumarie a piacere, meno incidenti gravi. E non è finita, mancano due mesi alla fine dell’anno. Un anno di lotta contro gli omnipresenti e per nulla utili “sindacati” di categoria, che al solito non hanno nulla di meglio da fare se non rompere le scatole alla componente volontaria del CNVVF, e senza alcun ritegno o rispetto neppure per la tragedia che ha colpito le nostre genti. Niente di nuovo, bella la vita dei dipendenti pubblici.
 E poi le difficoltà finanziarie per il corpo in generale, un po’ meno per noi volontari che siamo abituati da sempre ad arrangiarci e metterci del nostro, ma che sollecitano una riforma seria, razionale ed europea del Corpo che quasi nessuno vuole o è capace di fare. Neppure il numero unico delle emergenze è ancora partito in Italia, siamo in ritardo di anni tecnicamente e di secoli culturalmente, caso unico nel continente ed ennesima pessima figura. Circa il personale: un lutto in famiglia, uno dei grandi pompieri di un tempo mitico ci ha lasciati. Un altro collega ha abbandonato per priorità familiari, un altro è felicemente pensionato, e quattro nuovi pompieri. Chissà se almeno due di loro resteranno, entro i classici 12 mesi di scrematura.
 
 La ruota gira, il mondo cambia, e noi con esso. Io invecchio, adesso sono il più anziano del distaccamento, per fortuna non ancora per età anagrafica ma solo per quella di servizio. Pare ieri che mi interrogavo sull’uso di tutti quegli attrezzi dai nomi astrusi sul camion, e che amavo ascoltare le bizzarre storie raccontate dai pompieri anziani.
E adesso mi ritrovo all’improvviso a recitare io quella parte. Il prossimo anno saranno 30 (trenta) anni di servizio. E mi pare di avere ancora tutto da imparare. Il Ministero sta progettando di estendere anche per i lavoratori del Corpo l’età della pensione, portandola a 65 anni. Quindi forse ne ho ancora parecchio di tempo per imparare qualcosa. Vedremo, la ruota gira, di sabbia nella clessidra forse ne resta ancora un pochino.
Forse…

casalecchio, venti anni fa

Non sembrano passati tanti anni, e invece guardando le foto dell’epoca si vedono le nostre divise arancioni, gli automezzi ormai sostituiti  (non tutti) e i mille particolari di un’epoca ormai lontana. (Repubblica-cronaca)
Quel giorno e in quelle ore io stavo con alcuni colleghi sul tetto di una casa colonica a controllare l’interno della canna fumaria, dove stava bruciando la fuliggine. Avevano acceso il caminetto perchè faceva freddo. Sul prato di sotto stava la nostra autopompa (un eroico “150”) coi vetri abbassati per potere ascoltare la radio del comando. A un certo momento vedo che i colleghi di sotto e pure i proprietari tacciono e si avvicinano al camion con sguardo interessato, e mi volto anche io per ascoltare. Quando la centrale parla con le squadre dell’aeroporto, dove non succede mai nulla,  non è mai in bel segno.  Una squadra dell’aeroporto segnalava alla centrale che ne stava uscendo per inseguire un aereo, e che c’era un pericolo generico sulla città. Spiegarono che avevano avuto dalla torre di controllo la segnalazione che un aereo, forse militare, era in difficoltà. Si trovava ancora ad alcuni chilometri dalla città, non era riuscito ad atterrare e non avrebbe provato all’aeroporto, quindi proseguiva verso le colline dietro la città di Bologna, ma passandoci sopra. Nessuna informazione su carico e occupanti, e scarse informazioni sul resto.
Dopo qualche minuto riferivano che, invece di dirigersi sulla campagna come si aspettavano tutti, avrebbe sorvolato la città. Quindi loro uscivano dal perimetro dell’aeroporto inseguendo a vista l’aereo, e avvertivano la centrale. Dove giustamente tutti quanti si preoccuparono,  parecchi e volevano maggiori informazioni. Essendo militare, non si riusciva a sapere cosa stava facendo e dove volesse andare, cosa che non agevolò per nulla la situazione.
La canna fumaria era a posto e noi scendemmo per raggiungere i colleghi attorno alla radio, tutti col naso in aria a cercare nel cielo bianco. La centrale aveva mandato fuori le squadre cittadine, anche da Casalecchio, per la città all’inseguimento dell’apparecchio, ma presto questo era sceso di quota e non lo si vedeva più, coperto dai palazzi. Nessuna informazione giungeva dalla torre di controllo e soprattutto dalle autorità militari, con grande delusione dei pompieri. Possibile che avessero fatto transitare un aereo militare, e di carico presumibilmente segreto, sopra una città come Bologna? Non pareva avere senso, non c’eranoin formazioni che l’aereo fosse fuori controllo, e attorno a Bologna di campagna ce n’è tanta, per deviarci l’apparecchio. Qualcosa di grave stava accadendo e di peggio poteva accadere. Infine dissero che forse l’aereo era andato olte e che il pilota doveva essersi lanciato, di cercarlo e di fare attenzione perchè il seggiolino aveva alcuni dispositivi di eiezione a scoppio, pericolosi da toccare, e di non avvicinarsi all’aereo. Non si aveva alcuna notizia se ci fossero squadre militari al lavoro, in cielo o in terra.
Le comunicazioni proseguirono fitte per una buon quarto d’ora, poi un silenzio tanto pesante quanto troppo lungo. Quando comincivamo già tutti a pensare che l’aereo avesse raggiuto le colline dietro San Luca, arrivò una concitata e comunicazione dalla partenza di Casalecchio; una voce angosciata diceva che vedevano del fumo alzarsi da una zona residenziale, forse una casa, dentro Casalecchio. E tutti capimmo che il peggio era incredibilmente accaduto.  Su un palazzo, su una casa, su un prato? A quell’ora di mattina la gente è al lavoro, magari le vittime potevano essere poche o nessuna. Ma dopo pochi altri minuti di silenzio, il peggio divenne ancora peggiore, perchè i colleghi annunciarono che l’aereo era caduto addirittura su una scuola. La squadra sul posto dava alla centrale l’indirizzo preciso, perchè inviassero tutte le partenze possibili, descrivendo con poche secche parole la scena, con ragazzi che si buttavano dalle finestre, feriti e fiamme altissime e inavvicinabili. “Scale, mandate delle scale!” era la frase che ripetevano più spesso.
Intanto noi avevamo completato l’intervento, e stavano rientrando in sede, chiedendoci se avrebbero chiamato anche noi.  Più tardi ci inviarono a presidiare il distaccamento di Casalecchio, all’erta per eventuali interventi ordinari, mentre altri distaccamenti di provincia furono richiamati presso altre sedi in città, dato che tutte le squadre di stanza erano al lavoro sulla scuola. Il canale della radio rimase intasato per ore, e solo dalla televisione del distaccamento venimmo man mano a conoscenza delle proporzioni e dei particolari del disastro.
In particolare ricordo che davano contiamente l’avvertimento dei militari di non avvicinarsi all’aereo, per qualche motivo. Ma i resti erano nell’aula, c’erano corpi e ragazzi sotto e attorno, e i colleghi non stettero certo lì ad aspettare o a guardare.
Nei giorni e mesi che seguirono, ci chiedemmo spesso cosa fosse realmente accaduto, ovvero pensavamo, come adesso, che qualcosa di anomalo e nascosto ci fosse nella vicenda  E in più non pareva possibile che accadesse una tragedia del genere nel 1990, e in una città progredita come pensavamo che fosse Bologna in quegli anni.  Oggi forse la riteniamo più plausibile.  Tanti i misteri rimasti aperti sulla vicenda, ormai solo alcuni dei tanti che pesano sul nostro paese.

un'altra apertura porta

DoorClosed“Allora, apri la porta, lei non la fai entrare, vai dentro solo tu, poi cerchi la borsa coi documenti e le chiavi della sua auto, provi e se funzionano gliele dai e le richiudi la porta in faccia.” Terza volta che mi ripete la sfilza delle raccomandazioni. È un comportamento coatto; vi è mai capitato? Uno vi racconta una storia, e appena finito il discorso, lo riprende da capo. È come se la sua mente entrasse in loop per ripetere all’infinito una comunicazione. Sarà per rassicurare sé stessi circa una decisione poco convinta, e non lo sfortunato interlocutore di turno, ma come si fa a fermarlo? Sono le 23.30, stavo già a letto e vorrei tornarci – come pure i colleghi -, prima finiamo la commedia e prima terminiamo l’intervento.
“Ho, poi decidi tu che sei sul posto, eh?”. Ci puoi commettere, penso, mica è la prima apertura porta che faccio. Chissà quale centralinista è questo, non riesco a collegare la voce agitata a una faccia, magari è uno dei sostituti per le ferie estive. Rispondo per la terza volta “OK, vado, valuto, decido e poi ti riferisco”, stavolta col tono più sbrigativo e definitivo che riesco ad improvvisare, e metto giù il telefono. Devo ancora vestirmi, e gli altri sono già sul camion pronti a partire.
Venti secondi e andiamo, e spiego la storia a tutti. Strano, riesco a parlare, di solito i ragazzi seduti dietro fanno un casino della madonna mentre oggi sono silenziosi, si vede che hanno sonno pure loro.
“Quella che è rimasta fuori dall’uscio è la madre, brasiliana, dell’inquilina che sta in ferie, e che è andata a far fare un giro al cane della figlia, dimenticando dentro le chiavi e pure la borsa coi suoi documenti e le chiavi di casa sua e dell’auto. Il punto è stabilire se quanto dichiarato è vero. Ha, il centralinista del comando ha già interpellato i carabinieri per gli accertamenti, ma hanno detto che non hanno personale, specie per una cosa del genere.”
Ancora più strano, non mi hanno interrotto neppure una volta, staranno mica poco bene? Mi giro per vedere se ci sono davvero, o se li abbiamo lasciati in caserma. Intravvedo nel buio alcuni occhi, e le lucine colorate dei vari telefonini, quindi ci sono. Bo’, giusto Alfio parlotta e brontola mentre guida, ma lui non tace mai neppure quando dorme.
Pochi chilometri nel buio e arriviamo in un borgo di campagna, piuttosto nascosto e isolato, del tutto deserto e silenzioso nel buio della notte, giusto qualche lampione; facile individuare una signora con un cane che agita la mano, davanti a una villetta a schiera. A colpo d’occhio non mi pare per nulla straniera, anzi; di mezza età, maglietta e pantalone da ginnastica, capelli raccolti dietro, si presenta più che distinta, sportiva e asciutta, e manifesta pure un comportamento serio e tranquillo, contrariamente ai casi sociali o di discreto svacco che siamo soliti trattare. In effetti le villette qui sono ben fatte e curate, deve trattarsi di una colonia di cittadini benestanti fuggiti dalla città. Anche il cane è grande e di razza, bianco a pois, pulito e rotondo, forse ipernutrito.
Mi sa che è un po’ che aspetta, pare stanca o un poco depressa, mentre si alza dalla gradinata per venirci incontro. Scendo e le sorrido per cercare di metterla più a suo agio, non conviene a nessuno rendere difficili le cose, e mi faccio raccontare per bene la storia. Mai fidarsi, mai, delle notizie date da chi non è sul posto e non ha verificato di prima mano le situazioni, e meno che mai del passaparola tra telefoni e persone diverse.
Intanto che aspettano il mio via, i ragazzi fanno amicizia col cane, che pare più che contento delle attenzioni insperate, e anzi troppo amicone per essere un cane da guardia serio. Cane da salotto.
Documenti non ne ha; suono il campanello di una palazzina vicina, che ha una finestra illuminata, e la signora che si affaccia in vestaglia mi conferma di avere visto spesso la mia cliente, quindi non è un’estranea. OK, do’ il via ai ragazzi, che aprono la porta con la solita lastra in pochi secondi, poi Aldo entra e torna dopo poco con la borsa della signora trovata dove aveva detto lei, che mi mostra i documenti. Corrispondono. Ma vedo anche che il cane entra in casa con passo sicuro e, al buio, va a bere alla sua ciotola; quindi è certo che risiede qui, e abbiamo ben visto che conosce la signora. Due testimoni, siamo tranquilli di non avere aperto la porta a un’estraneo.
Tutto ok. Copio i dati dalla carta d’identità, salutiamo e partiamo per il rientro. Senza sbattere la porta in faccia a nessuno, ovviamente. Va detto che noi operiamo in campagna e in piccoli paesi, dove è più facile. Invece nella città capoluogo l’atmosfera è spesso diversa, la gente è più aggressiva e infida, c’è chi mira a fregare alla grande e ne ho avuta esperienza pure io quando ci lavoravo, quindi capisco bene i timori del collega del centralino, che restano poi anche i nostri ogni volta che usciamo.
Perchè ogni intervento, per quanto semplice possa apparire, può complicarsi in mille modi, e non è mai uguale ad un altro. Perché la realtà sfugge e ha tanti aspetti, e se già è difficile lavorarci nelle situazioni comuni e normali, ancora peggio è operare in quei casi anomali e straordinari che competono a noi, quando sia le persone che gli eventi stessi congiurano per confondere la nostra percezione e la preparazione che la nostra povera esperienza è riuscita a darci. Se vi interessa, fare il pompiere è un bell’allenamento all’onestà, non si può fregare un incendio a chiacchiere, o aiutare persone in difficoltà con i pregiudizi o il sentito dire.

estate umida

manich2010_07100077Non brucia nulla in tutta la provincia, record minimo di incendi da decenni o a memoria di pompiere.
Ha smesso di piovere da poche settimane, nei campi si è riusciti a malapena a mietere il grano asciugato a fatica sotto un sole prepotente e afoso, e nei primi giorni le mietitrebbia spesso sprofondavano con le ruote nel terreno zuppo d’acqua.
Tolte le spighe, da terra spunta già l’erba verde, invece delle crepe polverose dell’estate normale. In effetti tutta la campagna è verde come se fossimo a primavera, uno spettacolo inconsueto. Chissà se è per questo che ci sono anche parecchie  rondini, erano anni che non se ne vedevano tante. Anche i canali sono colmi, e basta scavare un buco di poche decine di centimetri per vederlo riempirsi d’acqua in pochi minuti.
Niente sterpaglie in fiamme, né campi di grano o pattume che si propaga a case e capannoni spinto dal vento, niente cortine fumogene che invadono case e strade, ma nemmeno cassonetti dell’immondizia, auto incendiate, cascine, rotoballe, fuochi nella notte. E, non so che c’entra, ma nemmeno i gatti salgono sugli alberi, né le vespe infastidiscono i soliti paranoici, e neppure le tegole minacciano più di abbattersi su ignari passanti. Perfino gli incidenti sono sotto la media. La sola sterpaglia in fiamme è stata tra una pioggia e l’altra mesi fa, quattro metri quadri. Un solo incendio di pattume, del tutto risibile e indegno di smuovere una squadra di vigili, e che si sarebbe spento di stenti da solo, entro pochi minuti. Un unico incendio di campo di grano alle due di notte, visto solo da lontano e mai trovato nonostante minuziose e ansiose ricerche; niente fumo, nessun odore, niente tracce di bruciato a terra: un vero e proprio incendio fantasma. L’auto in fiamme dell’altro giorno si è rivelata l’ennesima ciofeca: la signora che aveva appena comperato l’auto usata ha ravvisato nello sbuffo di vapore bianco, espulso dal manicotto staccato del radiatore, un segno di incipiente rogo, e a momenti ci resta secca per infarto. Troppi cattivi telefilm, signora.
Le autobotti restano ferme, colme di acqua ormai immobile e stantìa, sui castelli di manovra non ci sono manichette appese ad asciugare, gli SK restano immacolati  e oziosi nelle rimesse.
Tutto qua. Non è che non si faccia nulla del tutto, qualche rara eccezione c’è, come l’incendio non casuale di un appartamento ricolmo di pattume, o di un ammasso di farina animale, ma per il resto si tratta di falsi allarmi o robine da cinque minuti. In collina qualche anziano si perde nei boschi, come sempre, e qualche animale si intrufola dove non dovrebbe e bisogna recuperarlo. In provincia qualche sterpaglia, accesa dai contadini, c’è, e perfino una rotoballa, ma il fuoco si rifiuta di propagarsi e si lascia domare con inusitata facilità.
Non che ci dispiaccia, eh? Correre e affannarsi a lottare nel fumo contro il fuoco, con  ‘sto caldo umido e con addosso chili di equipaggiamento e un giaccone quasi ermetico, non è esattamente piacevole, per non parlare ovviamente dei danni e dei rischi delle persone.
È solo che la situazione è anomala e inquietante. I vecchi hanno sviluppato un senso di allerta che ora viene disatteso, mentre nei giovani a essere deluso è l’entusiasmo e il desiderio di mettersi alla prova in uno dei tanto mitici incendioni, raccontati cento volte dagli anziani attorno al tavolo in caserma. Non c’è neppure gusto a lavare gli automezzi, che non sono nemmeno impolverati.
Poco male, si rimedia dedicando più tempo, finalmente, ad esercitazioni e al controllo dettagliato dell’equipaggiamento, alla manutenzione di automezzi e della caserma. A prepararsi, insomma, perché questa è solo una curiosa tregua, che una sirena improvvisa può rompere in qualsiasi momento. Godiamocela fin che si può.