
“Allora,
apri la porta, lei non la fai entrare, vai dentro solo tu, poi cerchi
la borsa coi documenti e le chiavi della sua auto, provi e se funzionano
gliele dai e le richiudi la porta in faccia.” Terza volta che mi ripete
la sfilza delle raccomandazioni. È un comportamento coatto; vi è mai
capitato? Uno vi racconta una storia, e appena finito il discorso, lo
riprende da capo. È come se la sua mente entrasse in loop per ripetere
all’infinito una comunicazione. Sarà per
rassicurare
sé stessi circa una decisione poco convinta, e non lo sfortunato
interlocutore di turno, ma come si fa a fermarlo? Sono le 23.30, stavo
già a letto e vorrei tornarci – come pure i colleghi -, prima finiamo la
commedia e prima terminiamo l’intervento.
“Ho, poi decidi tu che sei sul posto, eh?”. Ci puoi commettere,
penso, mica è la prima apertura porta che faccio. Chissà quale
centralinista è questo, non riesco a collegare la voce agitata a una
faccia, magari è uno dei sostituti per le ferie estive. Rispondo per la
terza volta “OK, vado, valuto, decido e poi ti riferisco”, stavolta col
tono più sbrigativo e definitivo che riesco ad improvvisare, e metto giù
il telefono. Devo ancora vestirmi, e gli altri sono già sul camion
pronti a partire.
Venti secondi e andiamo, e spiego la storia a tutti. Strano, riesco a
parlare, di solito i ragazzi seduti dietro fanno un casino della
madonna mentre oggi sono silenziosi, si vede che hanno sonno pure loro.
“Quella che è rimasta fuori dall’uscio è la madre, brasiliana,
dell’inquilina che sta in ferie, e che è andata a far fare un giro al
cane della figlia, dimenticando dentro le chiavi e pure la borsa coi
suoi documenti e le chiavi di casa sua e dell’auto. Il punto è stabilire
se quanto dichiarato è vero. Ha, il centralinista del comando ha già
interpellato i carabinieri per gli accertamenti, ma hanno detto che non
hanno personale, specie per una cosa del genere.”
Ancora più strano, non mi hanno interrotto neppure una volta,
staranno mica poco bene? Mi giro per vedere se ci sono davvero, o se li
abbiamo lasciati in caserma. Intravvedo nel buio alcuni occhi, e le
lucine colorate dei vari telefonini, quindi ci sono. Bo’, giusto Alfio
parlotta e brontola mentre guida, ma lui non tace mai neppure quando
dorme.
Pochi chilometri nel buio e arriviamo in un borgo di campagna,
piuttosto nascosto e isolato, del tutto deserto e silenzioso nel buio
della notte, giusto qualche lampione; facile individuare una signora con
un cane che agita la mano, davanti a una villetta a schiera. A colpo
d’occhio non mi pare per nulla straniera, anzi; di mezza età, maglietta e
pantalone da ginnastica, capelli raccolti dietro, si presenta più che
distinta, sportiva e asciutta, e manifesta pure un comportamento serio e
tranquillo, contrariamente ai casi sociali o di discreto svacco che
siamo soliti trattare. In effetti le villette qui sono ben fatte e
curate, deve trattarsi di una colonia di cittadini benestanti fuggiti
dalla città. Anche il cane è grande e di razza, bianco a pois, pulito e
rotondo, forse ipernutrito.
Mi sa che è un po’ che aspetta, pare stanca o un poco depressa,
mentre si alza dalla gradinata per venirci incontro. Scendo e le sorrido
per cercare di metterla più a suo agio, non conviene a nessuno rendere
difficili le cose, e mi faccio raccontare per bene la storia. Mai
fidarsi, mai, delle notizie date da chi non è sul posto e non ha
verificato di prima mano le situazioni, e meno che mai del passaparola
tra telefoni e persone diverse.
Intanto che aspettano il mio via, i ragazzi fanno amicizia col cane,
che pare più che contento delle attenzioni insperate, e anzi troppo
amicone per essere un cane da guardia serio. Cane da salotto.
Documenti non ne ha; suono il campanello di una palazzina vicina, che
ha una finestra illuminata, e la signora che si affaccia in vestaglia
mi conferma di avere visto spesso la mia cliente, quindi non è
un’estranea. OK, do’ il via ai ragazzi, che aprono la porta con la
solita lastra in pochi secondi, poi Aldo entra e torna dopo poco con la
borsa della signora trovata dove aveva detto lei, che mi mostra i
documenti. Corrispondono. Ma vedo anche che il cane entra in casa con
passo sicuro e, al buio, va a bere alla sua ciotola; quindi è certo che
risiede qui, e abbiamo ben visto che conosce la signora. Due testimoni,
siamo tranquilli di non avere aperto la porta a un’estraneo.
Tutto ok. Copio i dati dalla carta d’identità, salutiamo e partiamo
per il rientro. Senza sbattere la porta in faccia a nessuno, ovviamente.
Va detto che noi operiamo in campagna e in piccoli paesi, dove è più
facile. Invece nella città capoluogo l’atmosfera è spesso diversa, la
gente è più aggressiva e infida, c’è chi mira a fregare alla grande e ne
ho avuta esperienza pure io quando ci lavoravo, quindi capisco bene i
timori del collega del centralino, che restano poi anche i nostri ogni
volta che usciamo.
Perchè ogni intervento, per quanto semplice possa apparire, può
complicarsi in mille modi, e non è mai uguale ad un altro. Perché la
realtà sfugge e ha tanti aspetti, e se già è difficile lavorarci nelle
situazioni comuni e normali, ancora peggio è operare in quei casi
anomali e straordinari che competono a noi, quando sia le persone che
gli eventi stessi congiurano per confondere la nostra percezione e la
preparazione che la nostra povera esperienza è riuscita a darci. Se vi
interessa, fare il pompiere è un bell’allenamento all’onestà, non si può
fregare un incendio a chiacchiere, o aiutare persone in difficoltà con i
pregiudizi o il sentito dire.