Diario e altro di un vigile del fuoco volontario italiano
Friday, August 24, 2018
Trasloco del Blog
Oggi ho trasportato il contenuto del mio antico blog dalla piattaforma Wordpress alla Blogger (dopo il trasloco dalla Tiscali ora chiusa), che ha maggiore visibilità, almeno spero. Purtroppo non è possibile un import, per cui le date risultano sfalsate, ma in ogni post c'è la data originale.
Se c'è un vantaggio con Blogger lo vedremo mei prossimi mesi, dovrebbe comparire nei motori di rierca. Ho trasferito i testi, devo completare le immagini e gli antichi commenti, lo farò nelle prossime settimane.
Dovrei anche rileggere e magari aggiornare i post, mi accorgo adesso a distanza di tanti anni che mancano tante informazioni, e c'è poco di quanto volevo comunicare, il mondo dove ho vissuto la maggior parte della mia vita è ben più complesso e articolato... ma non sono uno scrittore, abbiate pazienza.
la sirena suona per me
Poche cose, il giorno 21 ore 18 le sirene del mio distaccamento hanno suonato, e per me, per la prima volta.
Per salutarmi, perché termina in questi giorni il mio servizio.
Giorni difficili per me, ne parliamo più avanti sperando sia più facile.
E’ stato un lungo bellissimo viaggio, ma io devo scendere qui, altri proseguiranno.
Buon lavoro a tutti i colleghi.
passano gli anni…
Sono anni che non scrivo, i motivi son tanti, il principale è che
l’ispirazione è fragile e le vicende quotidiane sempre più intricate e
frenetiche non la alimentano. Tante cose sono successe in questi anni,
siamo cambiati e cambieremo di più. Non so se domani continuo, adesso ho
un raro minuto di tranquillità, vi dico che i giorni sono contati, gli
anni mi hanno raggiunto e sta per concludersi la mia vita di pompiere,
per raggiunti limiti di età. Già, i vigili del fuoco italiani vanno in
pensione molto prima dei comuni mortali, perchè “usurati”. A 60 anni,
sette prima dei lavoratori comuni. Io come volontario sono entrambe le
cose, quindi non potrò più fare interventi per legge ma la legge mi
obbliga a continuare a lavorare anche in cantieri, fonderie, officine
fino a 70 anni, lavori come tutti sanno di tutto riposo e senza rischi.
Gli statali invece usurati da anni di servizio pubblico dove si lavora
un giorno ogni quattro e che di notte se non ci sono interventi possono
dormire pagati e in straordinario, possono ritirarsi dal lavoro prima.
Un privilegio illogico come tanti dei dipendenti pubblici. Eppure…
eppure io ho vissuto quella vita usurante e anche più per oltre
trent’anni, e non solo un giorno ogni quattro ma tutti i giorni della
mia vita, non dovrei essere usurato anche io, non dovrebbe essermi
riconosciuto lo stesso diritto al riposo per il servizio prestato? Pare
di no. I cittadini comuni non sanno come funziona, ma io so perché vivo
in entrambi i mondi, quello dei civili e quello dei Vigili, da oltre
trenta anni, e so.
Quindi, ancora pochi mesi, ogni cosa che faccio non è più la prima o
la solita, ma diventa l’ultima. L’ultima sterpaglia, l’ultima apertura
porta, l’ultimo gatto, l’ultimo incendio di appartamento capannone auto
camino cassonetto, l’ultima bufera, allagamento, albero caduto, persona
in pericolo sul lavoro, treno deragliato, aereo caduto, calamità, api
vespe calabroni serpenti cani mucche cavalli da soccorrere, infinite
storie persone e immagini e situazioni. Per sempre. Il portale di questo
fantastico mondo dove ho avuto la fortuna di vivere, operare, sognare,
creare e partecipare di una visione del mondo reale del tutto diversa e
straordinaria, sta per chiudersi per sempre. La prospettiva non è
immaginabile per me, troppe le cose della mia vita quotidiana che ho
cambiato in funzione del servizio, ogni minuto della vita di noi vigili
volontari (no, non i discontinui, altra storia) è dedicata al servizio
in tanti modi che non saprei neppure più elencarli tanto sono diventati
parte integrante del mio quotidiano. Noi viviamo sempre pronti, pensiamo
e lavoriamo, organizziamo ogni minima cosa, appuntamenti, vacanze,
assenze, impegni, lavoro, perfino quando andare a fr compere o il bagno,
in funzione dell’essere pronti alla chiamata, 24 ore su 24, 365 giorni
l’anno, per ogni anno che ci viene concesso di esistere, e ogni secondo
di questo tempo illumina, sostiene e guida la nostra vita. Come faccio a
spiegarlo a chi non ne fa parte…
Ho provato con questo blog, ma le intenzioni sono diverse dalle vere
capacità. Servirebbe uni scrittore vero, una persona informata ma capace
di trasmettere sensazioni e percezioni ad altri. Non sono io, qualche
frase l’avrò pure azzeccata, ma è poco. Ho tenuto un sintetico diario di
questi ultimi mesi, se sarò in grado forse un giorno li svilupperò,
chissà.
Cosa mi resterà non so, non so neppure come penserò “dopo”, adesso io
sono ancora. Mi resteranno forse le decine di migliaia di fotografie
che ho preso in quasi tutti gli interventi, ma l’essenza di questi non
ci sta dentro, l’ho già cercata inutilmente. Le sensazioni, la
consapevolezza, la visione del mondo che esistono in quei momenti sono
molto oltre e di più. Iniziano appena arriva l’allarme, cessano quando
si rientra ci si toglie la divisa e si esce dal cancello del
distaccamento.
Mi resta spero il lavoro di ricerca storica che ho fatto in questi
anni; per scrivere la storia del mio distaccamento ho imparato a frugare
negli archivi storici, a leggere e interpretare documenti e a far
rivivere episodi e personaggi scomparsi dalla memoria dei vivi. Non che
la cosa interessi tanto a questi viventi, la storia non è un passatempo
tra i preferiti degli italici odierni. Ma ormai vive in me, spero mi
faccia compagnia.
Mi resteranno spero e forse gli altri vigili in pensione, ma non è
detto, tanti appena usciti non si fanno più vedere, come se avessero
dovuto rimuovere tutto.
E’ questo che temo, ma vedremo. La forza, potente, che tutto questo
mi ha dato per oltre metà della mia vita dovrò pur lasciare qualcosa di
sè… ho cercato di trasmetterla ad altri, a giovani, ai vigili di domani.
ma i giovani sono diversi, non è detto.
Vabbè, la mia parte l’ho fatta, è ora di passare il testimone a qualcun altro. Avanti il prossimo, chi è di scena…
2012 un anno lungo e difficile
Era cominciato con una nevicata memorabile, una calamità
provinciale che ci aveva tenuti impegnati per un paio di settimane. Rami
di alberi pericolanti, tettoie, coperti di case a rischio,
infiltrazioni di acque per grondaie bloccate dal ghiaccio, lastre di
neve ghiacciata in bilico dai tetti e incombenti sulle strade,
ghiaccioli di dimensioni mai più viste dai tempi della guerra che
minacciavano i pedoni e le auto sottostanti dai tetti altissimi della
città di Bologna, tubature e anche idranti scoppiati pervia del gelo, e
mille altre situazioni di disagio.
Poi i soliti incendi, capannoni e
appartamenti. [singlepic id=4 w=320 h=240 float=left] A maggio il
disastro: mai avremmo pensato di avere a che fare con una calamità come
un terremoto e proprio a casa nostra. Abitazioni dissestate, impianti di
acqua, elettricità e gas sconvolti, attività industriali bloccate se
non distrutte, la trama della vita quotidiana di intere comunità tradita
e sconvolta. Poi le infinite follie dell’isteria di massa, e il
coraggio di tante persone, la tenacia, la fiducia, la solidarietà di
tanti. Con la mia squadra ho fatto il primo intervento del sisma in
provincia di Bologna, che ci ha trasportato di botto dal mondo ordinario
ad un’altro mondo straordinario e sinistro, della cui scoperta ed
esplorazione si poteva anche fare a meno.
Due mesi di interventi, tutti
problematici sotto tanti aspetti, durante i quali abbiamo conosciuto
tanti fantastici colleghi da tutta italia, tante situazioni tecniche
nuove, tante storie personali; gli splendori e le miserie del Corpo e
del mondo. Più che mai, in trent’anni di intenso servizio, ho avvertito
l’orgoglio e la responsabilità di essere un vigile del fuoco, da come
la gente ci guardava e ci trattava, e da quanto si aspettava da noi. Ho
rammentato una frase che mi ripeteva un antico pompiere persicetano a
proposito della tragedia dell’alluvione del ’67; “più che la nostra
opera, contava nella gente un nostro sorriso, una parola di conforto”.
[singlepic id=6 w=320 h=240 float=right] Nei mesi successivi una calma
insolita, pochi e rari interventi. Come se, in seguito al trauma del
terremoto, i gatti non salissero più sugli alberi, i piromani si
astenessero dall’appiccare i fuochi, le auto si fossero stancate di
incendiarsi, la gente non dimenticasse più le chiavi delle porte di
casa.
Poi, piano piano siamo tornati agli interventi più ordinari, e
anzi con un curioso supplemento di alcuni incendi di palazzine
abbandonate in campagna, con qualche sospetto per la solita mafia
edilizia locale. E’ seguita una estate asciutta e torrida con sterpaglie
assortite, finita col gran finale della ripetizione dell’incendio di
alcune migliaia di rotoballe già vista l’anno passato, ma riuscita
peggio dal punto di vista del piromane, perchè alcune migliaia le
abbiamo salvate. Anche qui lo zampino di organizzazioni non
gradite.
Alcuni anziani deceduti
in casa, fieri esponenti della indipendenza individuale. Infinite tante
porte da aprire, ciascuna con la sua storia umana unica e speciale,
pochi gatti, quasi nessuna auto in fiamme ormai, canne fumarie a
piacere, meno incidenti gravi. E non è finita, mancano due mesi alla
fine dell’anno. Un anno di lotta contro gli omnipresenti e per nulla
utili “sindacati” di categoria, che al solito non hanno nulla di meglio
da fare se non rompere le scatole alla componente volontaria del CNVVF, e
senza alcun ritegno o rispetto neppure per la tragedia che ha colpito
le nostre genti. Niente di nuovo, bella la vita dei dipendenti pubblici.
E poi le difficoltà finanziarie per il corpo in generale, un po’ meno
per noi volontari che siamo abituati da sempre ad arrangiarci e metterci
del nostro, ma che sollecitano una riforma seria, razionale ed europea
del Corpo che quasi nessuno vuole o è capace di fare. Neppure il numero
unico delle emergenze è ancora partito in Italia, siamo in ritardo di
anni tecnicamente e di secoli culturalmente, caso unico nel continente
ed ennesima pessima figura. Circa il personale: un lutto in famiglia,
uno dei grandi pompieri di un tempo mitico ci ha lasciati. Un altro
collega ha abbandonato per priorità familiari, un altro è felicemente
pensionato, e quattro nuovi pompieri. Chissà se almeno due di loro
resteranno, entro i classici 12 mesi di scrematura.
La ruota gira, il mondo cambia, e noi con esso.
Io invecchio, adesso sono il più anziano del distaccamento, per fortuna
non ancora per età anagrafica ma solo per quella di servizio. Pare ieri
che mi interrogavo sull’uso di tutti quegli attrezzi dai nomi astrusi
sul camion, e che amavo ascoltare le bizzarre storie raccontate dai
pompieri anziani.
E adesso mi ritrovo all’improvviso a recitare io
quella parte. Il prossimo anno saranno 30 (trenta) anni di servizio. E
mi pare di avere ancora tutto da imparare. Il Ministero sta progettando
di estendere anche per i lavoratori del Corpo l’età della pensione,
portandola a 65 anni. Quindi forse ne ho ancora parecchio di tempo per
imparare qualcosa. Vedremo, la ruota gira, di sabbia nella clessidra
forse ne resta ancora un pochino.
Forse…
casalecchio, venti anni fa
Non sembrano passati tanti anni, e invece guardando le foto
dell’epoca si vedono le nostre divise arancioni, gli automezzi ormai
sostituiti (non tutti) e i mille particolari di un’epoca ormai lontana.
(Repubblica-cronaca)
Quel giorno e in quelle ore io stavo con alcuni colleghi sul tetto di
una casa colonica a controllare l’interno della canna fumaria, dove
stava bruciando la fuliggine. Avevano acceso il caminetto perchè faceva
freddo. Sul prato di sotto stava la nostra autopompa (un eroico “150”)
coi vetri abbassati per potere ascoltare la radio del comando. A
un certo momento vedo che i colleghi di sotto e pure i proprietari
tacciono e si avvicinano al camion con sguardo interessato, e mi volto
anche io per ascoltare. Quando la centrale parla con le squadre
dell’aeroporto, dove non succede mai nulla, non è mai in bel segno.
Una squadra dell’aeroporto segnalava alla centrale che ne stava uscendo
per inseguire un aereo, e che c’era un pericolo generico sulla città.
Spiegarono che avevano avuto dalla torre di controllo la segnalazione
che un aereo, forse militare, era in difficoltà. Si trovava ancora ad
alcuni chilometri dalla città, non era riuscito ad atterrare e non
avrebbe provato all’aeroporto, quindi proseguiva verso le colline dietro
la città di Bologna, ma passandoci sopra. Nessuna informazione su
carico e occupanti, e scarse informazioni sul resto.
Dopo qualche minuto riferivano che, invece di dirigersi sulla
campagna come si aspettavano tutti, avrebbe sorvolato la città. Quindi
loro uscivano dal perimetro dell’aeroporto inseguendo a vista l’aereo, e
avvertivano la centrale. Dove giustamente tutti quanti si
preoccuparono, parecchi e volevano maggiori informazioni. Essendo
militare, non si riusciva a sapere cosa stava facendo e dove volesse
andare, cosa che non agevolò per nulla la situazione.
La canna fumaria era a posto e noi scendemmo per raggiungere i
colleghi attorno alla radio, tutti col naso in aria a cercare nel cielo
bianco. La centrale aveva mandato fuori le squadre cittadine, anche da
Casalecchio, per la città all’inseguimento dell’apparecchio, ma presto
questo era sceso di quota e non lo si vedeva più, coperto dai palazzi.
Nessuna informazione giungeva dalla torre di controllo e soprattutto
dalle autorità militari, con grande delusione dei pompieri. Possibile
che avessero fatto transitare un aereo militare, e di carico
presumibilmente segreto, sopra una città come Bologna? Non pareva avere
senso, non c’eranoin formazioni che l’aereo fosse fuori controllo, e
attorno a Bologna di campagna ce n’è tanta, per deviarci l’apparecchio.
Qualcosa di grave stava accadendo e di peggio poteva accadere. Infine
dissero che forse l’aereo era andato olte e che il pilota doveva essersi
lanciato, di cercarlo e di fare attenzione perchè il seggiolino aveva
alcuni dispositivi di eiezione a scoppio, pericolosi da toccare, e di
non avvicinarsi all’aereo. Non si aveva alcuna notizia se ci fossero
squadre militari al lavoro, in cielo o in terra.
Le comunicazioni proseguirono fitte per una buon quarto d’ora, poi un
silenzio tanto pesante quanto troppo lungo. Quando comincivamo già
tutti a pensare che l’aereo avesse raggiuto le colline dietro San Luca,
arrivò una concitata e comunicazione dalla partenza di Casalecchio; una
voce angosciata diceva che vedevano del fumo alzarsi da una zona
residenziale, forse una casa, dentro Casalecchio. E tutti capimmo che il
peggio era incredibilmente accaduto. Su un palazzo, su una casa, su un
prato? A quell’ora di mattina la gente è al lavoro, magari le vittime
potevano essere poche o nessuna. Ma dopo pochi altri minuti di silenzio,
il peggio divenne ancora peggiore, perchè i colleghi annunciarono che
l’aereo era caduto addirittura su una scuola. La squadra sul posto dava
alla centrale l’indirizzo preciso, perchè inviassero tutte le partenze
possibili, descrivendo con poche secche parole la scena, con ragazzi che
si buttavano dalle finestre, feriti e fiamme altissime e
inavvicinabili. “Scale, mandate delle scale!” era la frase che
ripetevano più spesso.
Intanto noi avevamo completato l’intervento, e stavano rientrando in
sede, chiedendoci se avrebbero chiamato anche noi. Più tardi ci
inviarono a presidiare il distaccamento di Casalecchio, all’erta per
eventuali interventi ordinari, mentre altri distaccamenti di provincia
furono richiamati presso altre sedi in città, dato che tutte le squadre
di stanza erano al lavoro sulla scuola. Il canale della radio rimase
intasato per ore, e solo dalla televisione del distaccamento venimmo man
mano a conoscenza delle proporzioni e dei particolari del disastro.
In particolare ricordo che davano contiamente l’avvertimento dei
militari di non avvicinarsi all’aereo, per qualche motivo. Ma i resti
erano nell’aula, c’erano corpi e ragazzi sotto e attorno, e i colleghi
non stettero certo lì ad aspettare o a guardare.
Nei giorni e mesi che seguirono, ci chiedemmo spesso cosa fosse
realmente accaduto, ovvero pensavamo, come adesso, che qualcosa di
anomalo e nascosto ci fosse nella vicenda E in più non pareva possibile
che accadesse una tragedia del genere nel 1990, e in una città
progredita come pensavamo che fosse Bologna in quegli anni. Oggi forse
la riteniamo più plausibile. Tanti i misteri rimasti aperti sulla
vicenda, ormai solo alcuni dei tanti che pesano sul nostro paese.
un'altra apertura porta
“Allora,
apri la porta, lei non la fai entrare, vai dentro solo tu, poi cerchi
la borsa coi documenti e le chiavi della sua auto, provi e se funzionano
gliele dai e le richiudi la porta in faccia.” Terza volta che mi ripete
la sfilza delle raccomandazioni. È un comportamento coatto; vi è mai
capitato? Uno vi racconta una storia, e appena finito il discorso, lo
riprende da capo. È come se la sua mente entrasse in loop per ripetere
all’infinito una comunicazione. Sarà per rassicurare
sé stessi circa una decisione poco convinta, e non lo sfortunato
interlocutore di turno, ma come si fa a fermarlo? Sono le 23.30, stavo
già a letto e vorrei tornarci – come pure i colleghi -, prima finiamo la
commedia e prima terminiamo l’intervento.
“Ho, poi decidi tu che sei sul posto, eh?”. Ci puoi commettere,
penso, mica è la prima apertura porta che faccio. Chissà quale
centralinista è questo, non riesco a collegare la voce agitata a una
faccia, magari è uno dei sostituti per le ferie estive. Rispondo per la
terza volta “OK, vado, valuto, decido e poi ti riferisco”, stavolta col
tono più sbrigativo e definitivo che riesco ad improvvisare, e metto giù
il telefono. Devo ancora vestirmi, e gli altri sono già sul camion
pronti a partire.
Venti secondi e andiamo, e spiego la storia a tutti. Strano, riesco a
parlare, di solito i ragazzi seduti dietro fanno un casino della
madonna mentre oggi sono silenziosi, si vede che hanno sonno pure loro.
“Quella che è rimasta fuori dall’uscio è la madre, brasiliana,
dell’inquilina che sta in ferie, e che è andata a far fare un giro al
cane della figlia, dimenticando dentro le chiavi e pure la borsa coi
suoi documenti e le chiavi di casa sua e dell’auto. Il punto è stabilire
se quanto dichiarato è vero. Ha, il centralinista del comando ha già
interpellato i carabinieri per gli accertamenti, ma hanno detto che non
hanno personale, specie per una cosa del genere.”
Ancora più strano, non mi hanno interrotto neppure una volta,
staranno mica poco bene? Mi giro per vedere se ci sono davvero, o se li
abbiamo lasciati in caserma. Intravvedo nel buio alcuni occhi, e le
lucine colorate dei vari telefonini, quindi ci sono. Bo’, giusto Alfio
parlotta e brontola mentre guida, ma lui non tace mai neppure quando
dorme.
Pochi chilometri nel buio e arriviamo in un borgo di campagna,
piuttosto nascosto e isolato, del tutto deserto e silenzioso nel buio
della notte, giusto qualche lampione; facile individuare una signora con
un cane che agita la mano, davanti a una villetta a schiera. A colpo
d’occhio non mi pare per nulla straniera, anzi; di mezza età, maglietta e
pantalone da ginnastica, capelli raccolti dietro, si presenta più che
distinta, sportiva e asciutta, e manifesta pure un comportamento serio e
tranquillo, contrariamente ai casi sociali o di discreto svacco che
siamo soliti trattare. In effetti le villette qui sono ben fatte e
curate, deve trattarsi di una colonia di cittadini benestanti fuggiti
dalla città. Anche il cane è grande e di razza, bianco a pois, pulito e
rotondo, forse ipernutrito.
Mi sa che è un po’ che aspetta, pare stanca o un poco depressa,
mentre si alza dalla gradinata per venirci incontro. Scendo e le sorrido
per cercare di metterla più a suo agio, non conviene a nessuno rendere
difficili le cose, e mi faccio raccontare per bene la storia. Mai
fidarsi, mai, delle notizie date da chi non è sul posto e non ha
verificato di prima mano le situazioni, e meno che mai del passaparola
tra telefoni e persone diverse.
Intanto che aspettano il mio via, i ragazzi fanno amicizia col cane,
che pare più che contento delle attenzioni insperate, e anzi troppo
amicone per essere un cane da guardia serio. Cane da salotto.
Documenti non ne ha; suono il campanello di una palazzina vicina, che
ha una finestra illuminata, e la signora che si affaccia in vestaglia
mi conferma di avere visto spesso la mia cliente, quindi non è
un’estranea. OK, do’ il via ai ragazzi, che aprono la porta con la
solita lastra in pochi secondi, poi Aldo entra e torna dopo poco con la
borsa della signora trovata dove aveva detto lei, che mi mostra i
documenti. Corrispondono. Ma vedo anche che il cane entra in casa con
passo sicuro e, al buio, va a bere alla sua ciotola; quindi è certo che
risiede qui, e abbiamo ben visto che conosce la signora. Due testimoni,
siamo tranquilli di non avere aperto la porta a un’estraneo.
Tutto ok. Copio i dati dalla carta d’identità, salutiamo e partiamo
per il rientro. Senza sbattere la porta in faccia a nessuno, ovviamente.
Va detto che noi operiamo in campagna e in piccoli paesi, dove è più
facile. Invece nella città capoluogo l’atmosfera è spesso diversa, la
gente è più aggressiva e infida, c’è chi mira a fregare alla grande e ne
ho avuta esperienza pure io quando ci lavoravo, quindi capisco bene i
timori del collega del centralino, che restano poi anche i nostri ogni
volta che usciamo.
Perchè ogni intervento, per quanto semplice possa apparire, può
complicarsi in mille modi, e non è mai uguale ad un altro. Perché la
realtà sfugge e ha tanti aspetti, e se già è difficile lavorarci nelle
situazioni comuni e normali, ancora peggio è operare in quei casi
anomali e straordinari che competono a noi, quando sia le persone che
gli eventi stessi congiurano per confondere la nostra percezione e la
preparazione che la nostra povera esperienza è riuscita a darci. Se vi
interessa, fare il pompiere è un bell’allenamento all’onestà, non si può
fregare un incendio a chiacchiere, o aiutare persone in difficoltà con i
pregiudizi o il sentito dire.
estate umida
Non brucia nulla in tutta la provincia, record minimo di incendi da decenni o a memoria di pompiere.
Ha smesso di piovere da poche settimane, nei campi si è riusciti a
malapena a mietere il grano asciugato a fatica sotto un sole prepotente e
afoso, e nei primi giorni le mietitrebbia spesso sprofondavano con le
ruote nel terreno zuppo d’acqua.
Tolte le spighe, da terra spunta già
l’erba verde, invece delle crepe polverose dell’estate normale. In
effetti tutta la campagna è verde come se fossimo a primavera, uno
spettacolo inconsueto. Chissà se è per questo che ci sono anche
parecchie rondini, erano anni che non se ne vedevano tante. Anche i
canali sono colmi, e basta scavare un buco di poche decine di centimetri
per vederlo riempirsi d’acqua in pochi minuti.
Niente sterpaglie in fiamme, né campi di grano o pattume che si
propaga a case e capannoni spinto dal vento, niente cortine fumogene che
invadono case e strade, ma nemmeno cassonetti dell’immondizia, auto
incendiate, cascine, rotoballe, fuochi nella notte. E, non so che
c’entra, ma nemmeno i gatti salgono sugli alberi, né le vespe
infastidiscono i soliti paranoici, e neppure le tegole minacciano più di
abbattersi su ignari passanti. Perfino gli incidenti sono sotto la
media. La sola sterpaglia in fiamme è stata tra una pioggia e l’altra
mesi fa, quattro metri quadri. Un solo incendio di pattume, del tutto
risibile e indegno di smuovere una squadra di vigili, e che si sarebbe
spento di stenti da solo, entro pochi minuti. Un unico incendio di campo
di grano alle due di notte, visto solo da lontano e mai trovato
nonostante minuziose e ansiose ricerche; niente fumo, nessun odore,
niente tracce di bruciato a terra: un vero e proprio incendio fantasma.
L’auto in fiamme dell’altro giorno si è rivelata l’ennesima ciofeca: la
signora che aveva appena comperato l’auto usata ha ravvisato nello
sbuffo di vapore bianco, espulso dal manicotto staccato del radiatore,
un segno di incipiente rogo, e a momenti ci resta secca per infarto.
Troppi cattivi telefilm, signora.
Le autobotti restano ferme, colme di acqua ormai immobile e stantìa,
sui castelli di manovra non ci sono manichette appese ad asciugare, gli
SK restano immacolati e oziosi nelle rimesse.
Tutto qua. Non è che non si faccia nulla del tutto, qualche rara
eccezione c’è, come l’incendio non casuale di un appartamento ricolmo di
pattume, o di un ammasso di farina animale, ma per il resto si tratta
di falsi allarmi o robine da cinque minuti. In collina qualche anziano
si perde nei boschi, come sempre, e qualche animale si intrufola dove
non dovrebbe e bisogna recuperarlo. In provincia qualche sterpaglia,
accesa dai contadini, c’è, e perfino una rotoballa, ma il fuoco si
rifiuta di propagarsi e si lascia domare con inusitata facilità.
Non che ci dispiaccia, eh? Correre e affannarsi a lottare nel fumo
contro il fuoco, con ‘sto caldo umido e con addosso chili di
equipaggiamento e un giaccone quasi ermetico, non è esattamente
piacevole, per non parlare ovviamente dei danni e dei rischi delle
persone.
È solo che la situazione è anomala e inquietante. I vecchi hanno
sviluppato un senso di allerta che ora viene disatteso, mentre nei
giovani a essere deluso è l’entusiasmo e il desiderio di mettersi alla
prova in uno dei tanto mitici incendioni, raccontati cento volte dagli
anziani attorno al tavolo in caserma. Non c’è neppure gusto a lavare gli
automezzi, che non sono nemmeno impolverati.
Poco male, si rimedia dedicando più tempo, finalmente, ad
esercitazioni e al controllo dettagliato dell’equipaggiamento, alla
manutenzione di automezzi e della caserma. A prepararsi, insomma, perché
questa è solo una curiosa tregua, che una sirena improvvisa può rompere
in qualsiasi momento. Godiamocela fin che si può.
estate freddina….
Primo giorno di estate, fa freddo (15 °C) e piove. Le piogge continue
che cadono ormai dal dicembre dello scorso anno hanno prodotto campi
verdissimi con erba e stoppie alte, canali pieni e terreno bagnato,
fango ovunque. Non c’è nulla di secco, a parte il fieno e l’erba
tagliata, e pure quella dura poco se non viene messa al riparo. Dopo un
inizio di giugno finalmente caldo, sono arrivate due settimane di
pioggia pesante e di freddo, e da 34 gradi siamo piombati a 15 in un
paio di giorni. Ieri in montagna i colleghi hanno fatto ben due canne
fumarie.
L’anno scorso il clima era fin troppo caldo e asciutto, e di questi
tempi eravamo impegnati a correre dietro a continui e violenti incendi
di sterpaglie lungo le strade e sugli argini, oppure di grano,
granoturco e stoppie nei campi. Quest’anno facciamo solo incendi dolosi,
e pure questi pochi, perché nemmeno i piromani riescono a incendiare le
cose come si deve. Non è neppure ben chiaro come si farà a mietere il
grano, senza un periodo di bel tempo che secchi le spighe e asciughi la
terra quel che basta a permettere alle mietitrebbia di lavorare senza
affondare nel fango.
Intanto la massa erbacea si accumula, e se dovesse arrivare un mese di estate come si deve, brucerà un sacco di roba.
Domenica scorsa l’episodio più violento. Un ennesimo temporale ha
prodotto in un paese qui vicino una grandinata, breve ma violenta come
non si vedeva da decine di anni, con grani sferici fino a 5 cm, su un
fronte largo almeno un chilometro. Ha centrato la città e distrutto
vetrate, auto, arredi; le tegole dei tetti e i coperti delle aziende.
Una salva di artiglieria. Dove sotto le tegole non c’era l’isolante, i
fori hanno lasciato entrare nelle abitazioni la pioggia violentissima,
che cadeva letteralmente a catinelle da un cielo buio come quello delle
favole. Per fortuna la grandinata violenta era stata preceduta dalla
pioggia e da una leggera grandinata, che aveva fatto rientrare la gente
nelle case. Solo alcune persone sono rimaste lievemente ferite.
La centrale ci ha inviati per un albero pericolante, ma già durante
il percorso ci avvisavano che la lista delle richieste si stava
allungando. Il collega Andrea che risiede là ci informava per telefono
dell’accaduto. Al nostro arrivo niente pioggia, ma strade allagate e un
poco di grandine fine ammucchiata lungo alcune strade. Guardando con
attenzione, dopo un po’, si capiva che quei grossi oggetti bianchi
sparsi nell’erba, grandi anche come palline da baseball, non erano sassi
o giocattoli, ma palle di ghiaccio. In paese si vedevano a terra rami e
foglie spezzati, e sulle strade tanti frammenti di oggetti distrutti,
come semafori, lampioni, panchine e insegne, e tanti vetri.
Una grandinata veloce, sarà durata pochi minuti, ma pesante e
distruttiva. Cominciavamo a notare anche le bozze sulle carrozzerie
delle auto, e pure i loro vetri incrinati oppure spezzati e sfondati.
Solo il nostro albero si era spezzato, e lo abbiamo tagliato facilmente,
ma si vedevano sugli altri tronchi le ferite profonde e scheggiate
inferte dal ghiaccio. Qua e là sul terreno c’erano anche alcuni piccioni
morti.
Poi è iniziata la serie delle chiamate per allagamento, ma non dei
piani interrati come al solito, bensì dei piani più alti dei palazzi,
quelli appena sotto ai coperti sforacchiati dove l’acqua era entrata
meglio, inondando i soffitti e le stanze, sprizzando dai lampadari sui
mobili e sui piatti e letti. In un caso si era anche staccato un pezzo
di intonaco che era caduto sulla tavola in cucina. Niente di grave, ma
soprattutto nulla che noi potessimo rimediare. Con tetti e lucernari
sfondati e sforacchiati, e centinaia di tegole spaccate, servono teli
grandi e i mezzi per stenderli in sicurezza sui tetti, e qui non c’era
nulla da fare. La sola fortuna è che la pioggia era cessata e
addirittura stava tornando il sereno, così c’era tempo per gli inquilini
di asciugare e provvedere a qualche riparazione tramite ditte
specializzate. Ma in fretta, prima delle prossime piogge.
Assieme alle chiamate per allagamento, la centrale ci ha passato
diverse chiamate per i vetri rotti e pericolanti. Persone anziane, vetri
pericolanti su strade e passaggi pubblici, son cose che si fanno
facilmente. E anche per tegole pericolanti, smosse da vento o acqua.
Ma c’erano anche le solite chiamate da parte dei soliti ricchi che ne
approfittano per chiederci di ripulirgli le stanze interne delle
villette dai vetri e mettergli su dei teloni. Casi privi di rischio e
delle caratteristiche del soccorso; uno di questi ci siamo rifiutati di
farlo, quando il proprietario ha avuto l’arroganza di chiamarci una
seconda volta.
E come al solito in questi casi, mentre operavamo presso una
abitazione, c’erano persone che dalle vicinanze ci scorgevano e ci
venivano e chiedere un aiuto. Noi avevamo già una lista trasmessa dalla
centrale, e in questi casi ci regoliamo come si può: per i casi di
pericolo immediato, come vetri realmente in procinto di cadere sulla
strada, si fanno subito; per tutti gli altri casi diciamo loro di
telefonare alla centrale e mettersi in coda.
Ci fossero più squadre si potrebbe fare qualcosa di più, ma le
risorse dei pompieri sono sempre più scarse, e non ci sono altre
partenze disponibili. Va già grassa che i danni sembrano limitato solo a
questo paese, almeno nella nostra provincia. Vero che se i sindacati,
che evidentemente comandano il corpo, la piantassero di ostacolare i
distaccamenti volontari, ci sarebbero assai più squadre disponibili. Ma
dato che secondo loro siamo noi il guaio principale del Corpo, vorrà
dire che anche qui nascerà un gruppo di volontari di protezione civile,
sul quale loro non hanno alcun potere.
Essendo domenica, pensavo, non sappiamo bene cosa stia succedendo
nelle aziende della zona industriale. Qualche proprietario residente in
paese, in effetti, si era preoccupato di andare a controllare, perché
l’intervento finale era proprio presso una di queste. Quando siamo
arrivati, la zona era pressoché deserta, anche qui frammenti di ogni
genere sparsi per le strade. Qua e là qualche persona che controllava i
propri capannoni. La nostra destinazione era uno stabilimento dove
l’acqua era entrata dal coperto e, anzi, all’interno stava ancora
grondando abbondante su migliaia di scatoloni e abiti confezionati.
Ovvia mente era saltato anche l’impianto elettrico. Anche qui non
possiamo farci nulla, anche perché l’acqua era quella entrata nella
struttura del coperto in cemento armato e non c’era modo di fermarla. Ce
ne siamo andati dispiaciuti.
I più divertiti erano i bambini, al solito, felici della novità e
della rottura con la norma che questi episodi rappresentano. Ma c’era
parecchia gente che camminava per le strade, inusualmente silenziose,
con espressione sorpresa e un po’ allucinata, osservando i vari danni
provocati. E si sentivano sempre più spesso i rumori degli abitanti
intenti a riparare, pulire e sistemare. Chi raccoglieva i vetri, chi le
tegole cadute a terra, chi spazzava le foglie e i rami spezzati dal
vento. Chi con fogli di plastica chiudeva le aperture nelle auto e nelle
abitazioni. Si vedevano anche i tecnici del comune e qualche vigile
urbano, che verificavano gli edifici pubblici e gli impianti e avevano
mobilitato Enel e Telecom per riattivare l’illuminazione pubblica e i
semafori.
Noi tra un intervento e l’altro raccoglievamo i chicchi più grossi
per osservarli da vicino e fotografarli. Si trattava proprio di sfere,
compatte e bianche ma anche con strati trasparenti; le più grandi
avevano la superficie esterna bitorzoluta, come se avessero assorbito
alcuni grani più piccoli. Spaccate a metà, presentavano la solita
struttura a strati concentrici, come le cipolle.Quando dopo due ore
abbiamo terminato gli interventi, nei prati se ne scorgevano ancora
tante.
Aspettiamo il sole.
arrivederci, mio comandante
Sapevo che ormai era ora. Mi sono assentato una settimana, e al mio
ritorno il comandante provinciale era cambiato. Ne ho ormai conosciuti
parecchi, circa ogni 8 o 10 anni il ministero li sposta, secondo disegni
complessi e imperscrutabili. Si tratta di carriere di funzionari
pubblici, in rotta verso ambite poltrone romane, ma ciascuno con stile e
priorità diverse.
Per noi umili soldatini del grande esercito dei vigili del fuoco
(sempre più esiguo, a ben vedere) questo importa, perché qualche novità
c’è sempre, a volte piccola, a volte grande. Ma mai troppo, perché
l’inerzia del sistema è notevole. Ma se non si sa come sarà il
nuovo, si sa com’era il precedente. Quindi molto spesso non si vede
l’ora che ci sia un qualche cambiamento. Raramente, invece, dispiace. E
questa era una di queste rare volte. Anzi, nella mia vita, l’unica
volta. Sarò senz’altro una persona di gusti difficili, ma il passato
comandante a me andava parecchio bene. E mi spiace veramente tanto che
non ci sia più. So che adesso gli hanno affidato una provincia
particolarmente impegnativa e interessante, con un territorio vario e
peculiare per geologia, insediamenti urbani e industriali. Se la caverà
benissimo, su questo non ho dubbi. Qualche timore invece lo posso avere
per il mio distaccamentino di provincia, per di più volontario.
Il nuovo dirigente, in genere, all’arrivo deve mostrare di saper
prendere in mano la situazione: amministrazione, risorse, personale,
sindacati, enti locali, problematiche del territorio, ecc., e non lo
invidia nessuno. Così di solito comincia a dare ordini, rivoluziona
alcuni servizi, fa qualche controllo, sforna un po’ di ordini del giorno
e così via. Il personale, dall’altra parte, lo studia con diffidenza,
cercando di vedere fin dove può arrivare per influenzarlo e coglierne i
favori. In questo i sindacalisti sono maestri, alla pari solo con i
funzionari e le loro pratiche di prevenzione. La speranza è che non
faccia troppi danni, prima di capire la reale situazione. E qui si vede a
quale dei due gruppi appartiene: ai comandanti burocrati o ai
comandanti pompieri.
I primi non sanno molto di interventi e personale, ma conoscono le
leggi e come si fa carriera, come rapportarsi coi sindacati e come avere
il culo parato e una buona immagine pubblica e verso il ministero. A
volte hanno una personalità forte, a volte no e diventano schiavi dei
sindacalisti e dei politici. Di questi ne abbiamo avuti parecchi e uno
in particolare che è stato una sofferenza unica, da non ripetere. Non
sapeva neppure come si indossa un elmetto, e nessuno l’ha mai visto in
divisa.
Dovete sapere che la componente volontaria del corpo nazionale è
vista, da una certa parte del corpo che comprende anche molta
dell’amministrazione centrale, come inesistente o come un corpo estraneo
da sopportare e di cui diffidare. E i sindacati hanno fatto della
guerra contro di noi una delle poche bandiere e degli ideali leganti il
branco di cui sono a capo, avendo evidentemente ben poche altre idee.
Meno ci conoscono e più hanno da dire, perpetuando le leggende
metropolitane create nelle loro piccole menti allucinate e fanatiche.
I comandanti pompieri sanno cosa vuol dire andare in autostrada a
dirigere le operazioni in un incidente importante, oppure, a qualunque
ora, possono capitare su un intervento per vedere come va. E lo fanno in
divisa ed elmetto, guanti in tasca. Possono anche arrivare a disertare
una riunione dal prefetto per farlo. E sanno dirigere un intervento con
competenza. Si interessano del personale, che conoscono, vigile per
vigile, e visitano spesso tutti i distaccamenti, partecipano alle feste e
alle cene, e conoscono i volontari per quanto sanno fare, senza sentire
alcuna necessità di discriminarli, e li trattano come ogni altro
vigile. Quando si parla di interventi, hanno episodi e racconti da
riferire, consigli da dare. E quanto ai sindacati, li fanno stare al
loro posto.
La persona che se ne è andata era uno di questi. Non perfetta, ovvio, con le sue pecche e compromessi, come tutti.
Il nuovo non si è nemmeno ancora fatto vedere nei distaccamenti, a
differenza di tutti i suoi predecessori, ma diamo tempo al tempo, ha di
sicuro i suoi problemi. Intanto ha già riempito comando e distaccamenti
di nuovi moduli da compilare quotidianamente. Alcuni sono fatti
apposta per i volontari, e richiamano sinistramente tante diffamazioni
di stampo sindacale. Primi segni sinistri, vedremo. Noi abbiamo le
spalle larghe, temprate da secoli di esperienza.
Mio caro signor comandante, conservo con affetto il ricordo del
nostro ultimo incontro, su un intervento mentre pioveva, in mezzo al
fumo e al frastuono delle motopompe, quando, in divisa e sorridente, è
venuto a salutarmi con la sua solita cortesia, contento di stringermi la
mano sporca di fuliggine. Arrivederci, signor comandante. Con persone come lei il Corpo può avere speranze, e un futuro in cui credere.
Commenti
Ti auguro proprio che il nuovo comandante sia delle seconda specie quindi un pompiere.
Sono contenta che hai ripreso a scrivere…aspetto nuovi racconti!!
He, chissà ? Posso solo dire che se assomiglia alla mia
descrizione, allora la persona che indichi può essere rara e in gamba.
:)(uno dei motivi per cui mantengo un certo riserbo, è che i sindacati
hanno messo una taglia sulla mia testa per certi fatti di tanti anni fa.
ovviamente a favore della componente volontaria del cn vvf e del corpo
in generale – ma che vitaccia me tocca fà…)
La persona che indico, l’ho vista una volta sola, quindi non
sono sicuro che sia la stessa di cui parli tu. Più che altro il sospetto
mi nasce da come hai descritto il comando a cui è stato assegnato, che
potrebbe essere il mio.
Se uso la funzione “contattami”, posso contattarti in privato?
Grazie, ciao.
Ma certamente ! :)Considera comunque che la descrizione del
comando si adatta a molte delle provincie del nostro paese, piccolo ma
multiforme come pochi.
Aggiornamento.
A distanza di alcuni mesi, il nuovo Comandante non si è ancora visto,
non ha fatto il giro dei distaccamenti nè si è presentato. Mai visto su
un intervento.
Non solo, pare abbia snobbato anche gli inviti a incontri di diversi
sindaci, e perfino del prefetto. Qualcosa non funziona proprio.
Pare ami le carte, i regolamenti e fare lezioni e libri di prevenzione.
Ha inviato un sacco di ordini del giorno a proposito di moduli da
riempire, e a noi personale volontario va anche bene, in centrale pare
che i moduli da riempire quotidianamente siano molti di più.
Adesso vorrebbe anche che noi comunicassimo quotidianamente un foglio
con le presenze nominative e sottoscritte ora per ora. (cosa che io son
uso chiamare: lavoro a tempo pieno, e faccio già altrove perchè per
campare mi serve un stipendio, per piccolo che sia ).
Non mi pare che sia un comandante pompiere, voi che dite ?
giornata piena, ma di poca roba
Primavera in arrivo, tempo variabile, incremento di piccoli
incidenti. Sparsi qua e là nel tempo e nel registrone mensile sul
tavolo.
Tra ieri e oggi, per esempio, quattro interventi, contro i zero degli
ultimi quattro giorni. Roba semplice, ma ti parte mezza giornata
ciascuno.
Ieri un recupero di camion. Nessun incidente, ma uscendo da una via
laterale si è spezzato l’assale posteriore. Senza più le ruote, è
scivolato di fianco nel fosso, rovesciando il carico di granoturco nel
fosso e nel campo di grano vicino. Fortuna che nessuna auto o moto è
rimasta coinvolta, nè si è fatto male il conducente. Regola il traffico,
nervosisismo, in attesa dei vigili urbani, chiama la gru dal comando,
tieni lontani i curiosi e sorveglia i proprietari del camion che
prendono iniziative di ogni tipo, infilandosi ovunque mentre la gru è in
azione. E le ore passano.
Stamattina un incidente, è piovuto e un’auto si è infilata di taverso
in un canale, a metà nell’acqua. Due persone all’interno ci hanno
detto, ma non era vero, erano già uscite da tempo e spedite al pronto
soccorso.
Ma la strada era stretta, bisognava controllare il traffico mentre il
carro attrezzi operava, e l’elettricità ancora attiva – il
tergicristallo continuava a spazzare l’acqua pescando nel canale.
In più, per agganciarla occorreva usare le nostre scale per
arrivarci, e infine il recupero lasciava sull’asfalto mucchi di fango e
melma. da spazzare e lavare.
Poi la solita apertura porta per una signora anziana, ma complicata
dal fatto che stavolta la porta era fatta bene e non lasciava passare la
lastra. Dovendo scegliere tra segare le sbarre di una finestra e
rompere un vetro doppio, e rompere il finestrino di vetro blindato sopra
la porta, abbiamo giudicato meno dannosa la seconda soluzione. Così a
turno abbiamo scalpellato il vetro, spesso e duro, appollaiati sulla
scaletta mentre infiniti frammenti di vetro volavano attorno, e la
signora seduta a distanza in mezzo alle sporte della sua spesa di
guardava sconsolata. E allora ci fai quattro chiacchiere, per
rassicurarla e tenerla su, un po’ di conforto fa sempre bene.
Infine il gattone, stavolta un bel bestione di quindici anni di età,
colore cenerino, appollaiato su un albero presso una ricca casa di
campagna. Tutto bagnato a causa della pioggia di stanotte, è lì da due
giorni dice la padrona anziana e preoccupata. Colpa dei cani del vicino.
Stavolta forse c’è davvero bisogno, il vecchio micio pare stanco e
miagola basso, mugola. No problem, due pezzi di scala e il micio è in
salvo nell’asciugamano della padrona.
Ordinaria routine.
NESSUNA NOSTRA NOTIZIA DALL'ABRUZZO
In tv, dall’Abruzzo non vedrete i vigili del fuoco volontari. I soli
volontari cui è impedito il prestare soccorso nelle calamità nazionali,
sono proprio quelli del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Per questo motivo non posso scrivere nulla delle nostre esperienze in quei luoghi e circostanze.
Proprio questi volontari italiani professionali, abituati a
intervenire quotidianamente in mille situazioni diverse di soccorso
tecnico urgente, abituati da una vita a lavorare in squadra e con poche
chiacchiere, in qualunque situazione, che sanno muoversi in quegli
scenari e usare gli strumenti adatti.
Ma ciò accade solo in Italia, beninteso. Nei paesi civili, dove il
90% dei pompieri sono volontari, essi sono i primi a partire e
intervenire nelle calamità nazionali.
Come mai? Non certo per legge, o per qualche regolamento o intesa o
esigenza di servizio. Anzi, ci sono indicazioni di inserirli nelle
colonne mobili, la loro professionalità di vigili può godere di quella
del lavoro che fanno per vivere (muratori, geometri, ingegneri,
falegnami, tecnici, autisti e operatori di macchinari e ruspe, ecc.
ecc.); ecc. ecc.
Pare sia un ordine dei sindacati di categoria. Nessuna attività che
frutta soldi a un dipendente dello stato può essere occupata da un
volontario parassita. E possibilmente non devono apparire in tv o in
pubblico, non devono partecipare ad alcuna attività di soccorso che
possa evere una rilevanza sui media o sull’imagine del corpo. Non devono
usufruire di corsi, esercitazioni o iniziative rievanti. Che nessuno
sappia che esistono o che operano nel soccorso.
Gli appestati li tattavano meglio.
Ovviamente concorre anche una notevole mancanza di interesse da parte dell’amministrazione, occupata in altre faccende.
E quindi non devono andare neppure in Abruzzo. Lo possono solo vedere
in TV, commentare e discutere sulle tecniche di soccorso, studiare i
danni e le caratteristiche nelle immagini sullo schermo. Restando seduti
e impotenti, mentre i comandi provinciali si arrabattano per riuscire a
far partire tutti i permanenti senza compromettere l’efficienza del
servizio quotidiano.
Ci possono andare, volendo, ma solo se si inseriscono in altre
organizzazioni, come la Protezione Civile, o il 118. Con un’altra
divisa, con altri mezzi e con altre competenze. E tanti lo stanno
facendo.
Tanti colleghi permanenti, pensate un po’, si chiedono come mai,
mistero misterioso, la Protezione Civile è in continua espansione, di
uomini, mezzi, risorse e competenze, e il Corpo Nazionale no. Non ci
arrivano, non riescono proprio a capirlo. Eppure i loro sindacati di
categoria hanno ostacolato l’espansione dei propri volontari in tutti i
modi possibili, hanno impedito la creazione di nuovi distaccamenti
volontari (meglio nessun pompiere sul territorio piuttosto che un
volontario), cedono competenze inutili come gli incendi di bosco, la
logistica della calamità locali e nazionali, ecc. ecc. , e sono stati
incrementati i vari servizi a pagamento (teatri, spettacoli,
manifestazioni, ecc.). Da vent’anni mi sforzo di spiegarglielo, a tutti i
livelli, ma non ci sentono. E ormai non si torna più indietro, è troppo
tardi, prima o poi la PC assorbirà o sostituirà del tutto il CNVVF.
Vediamo tutti adesso in tv che la PC ha raggiunto livelli di
organizzazione ed efficienza enormi. Ad ogni calamità fanno un grande
passo in avanti, e quella competenza che all’inizio non aveva si sta
formando, in modo sempre più serio. Ormai le competenze non sono più
nemmeno limitate ai soli campi base e logistica (che già danno un bel
daffare). Lo so che in tv, dietro gli intervistati in divisa nuova e
pulita di ogni tipo in primo piano, si intavvedono i pompieri al lavoro,
cone le divise impolverate e sempre attivi, ma l’immagine che viene
data continua a essere un’altra. Ma ci sono tanti altri al lavoro, e i
campi e la logistica, che dovranno durare mesi o anni, ci sono e
funzionano sempre meglio.
Ormai gli manca solo il soccorso tecnico urgente (a dirla tutta in diverse località già la fanno, ma non ditelo in giro).
Se noi passassimo sotto la PC, assieme alle nostre attuali
competenze, potremmo aprire i migliaia di distaccamenti volontari che
il paese ci chiede da sempre nel giro di un anno, garantendo finalmente
il soccorso urgente in tempi decenti a tutto il territorio italiano.
Come è nel resto d’Europa, e nei paesi civili del mondo. Se non lo
facciamo, pazienza, lo faranno comunque loro. Solo un po’ più tardi.
Chissà come si sta in Protezione Civile, senza sindacati ?
*****
AGGIORNAMENTO – 10 aprile 2009
Mi hanno scritto e riporto:
"Gli unici vigili del fuoco volontari partiti sono quelli di Belluno
ed alcuni del distaccamento di Lari (Pisa) con carro cucina che è
assegnata a quella sede.
Comunque la presenza dei VVF volontari è assicurata dai Trentini, Val d’Aosta e Bolzano Dalla
Francia (confermato dal responsabile logistico dei VVF volontari
francesi) lunedì 6 aprile sera è arrivata di VVF Francesi (10 una
squadra dei VVF della Savoia e del Rodano).
Un’altra squadra è partita autonomamente da Nizza.
Comunque in Piemonte lapartenza della colonna dei VVF è stata
oggetto di verbale di riunione tra la Direzione Regionale e le OO.SS
(assente qualunque rappresentanza dei volontari). "
LASCIO AI LETTORI I COMMENTI
AGGIORNAMENTO – 16 aprile 2009
Senza limite di arroganza.
Ricordate? unica concessione alla componente volontaria del corpo
nazionale per partecipare ai soccorsi del terremoto, era di andare ogni
tanto nei comandi provinciali a tappare i buchi lasciati dai permanenti
partiti.
Bè, non va bene neppure questo. Comunicati vari e lettere di proteste
delle OOSS a ministeri e papi vari, denunciano che così si procurano
problemi ai volontari e si impedisce ai permanenti di fare i doppi
turni. Così facendo questi non possono godere dei compensi straordinari
relativi, oltre a perdere i compensi di trasferta che spettano ai
colleghi partiti.
Bè, nessuno li ha autorizzati a parlare a nostro nome, nè siamo stati interpellati su questi o altri problemi.
Ragazzi, ci vuole veramente una pazienza smisurata. Perchè fanno ben di peggio.
non è solo un po' di fumo…
Incendio in abitazione
"Devo pisciare anche io, come faccio?" brontola Gino, in risposta al
lamento di Fazio. Essere svegliati a quest’ora, e per un incendio di
abitazione con persone all’interno, non ti lascia molto tempo per
prepararti. Giusto il tempo di infilarsi qualcosa, correre in caserma,
arraffare l’attrezzatura e via sul camion, senza pause. E alle sei del
mattino la vescica è piena. "Tienila per il fuoco" gli faccio. È vecchia
la battuta, ma loro sono giovani. Questo è anche il loro primo
intervento serio, dopo tanti cassonetti e porte da aprire. L’altra
battuta è di farci un nodo, ma è superflua. Gino si tiene stretto al
maniglione per non volare addosso a Fazio, e la concentrazione
sull’intervento fa dimenticare le banalità. Anche io sono nelle stesse
condizioni, ma me ne ricorderò solo tra quattro ore, come loro. È già
molto se ho ricordato di prendere gli occhiali. Adesso tacciono e
verificano i guanti e le chiusure del giaccone. Di solito sparano
cazzate e bisogna farli tacere, ma oggi sono concentrati. Strano, sarà
il tempo, o il sonno.
Non è mai semplice indossare l’autoprotettore seduti sull’autopompa
in corsa, a sirene classicamente spiegate, sballottati da una parte
all’altra ad ogni curva o frenata, e mentre i colleghi stanno compiendo
sforzi analoghi. L’intreccio di braccia, gambe, indumenti e attrezzature
può essere arduo da gestire. L’unica speranza è che la lunghezza del
tragitto fornisca il tempo necessario; ma quando serve non è mai così.
Fazio se l’è già indossato, poi ci sarà pure Gianni o Fabrizio, che
ci stanno seguendo con l’altro automezzo. Tra rumori, radio e sirena,
bisogna urlare per intendersi. "Paolo, c’è l’autoscala?" "No, non hanno
mandato niente dalla centrale, manco la botte, si vede che hanno
valutato non serve". Mi manca qualcosa: "ma c’è gente dentro o no?" "Han
detto di sì, ma hanno parlato solo di fumo nel vano scale. La villetta
ha due piani, se serve, con le scale ci arriviamo" "vabbè, dico, ci
mettiamo lo stesso le bombole; se non servono, meglio". "Se tengono
chiuse le porte non dovrebbero avere problemi".
Occorre reggere lo spallaccio con la bombola, che è pesante e pieno
di tubi, cinghie e manopole; poi infilare le braccia come fosse un
giubbotto di due misure più stretto, e cercare di non strangolarsi nelle
fascette. Poi allacciare la cintura e stringere le cinghie. A questo
punto basta togliere la maschera dal sacchetto di plastica, avvitarla al
riduttore, e indossarla lottando contro i suoi cinturini di gomma che
avvolgono tutta la testa, e aprire contemporaneamente l’aria. Sì perché
una volta stretta al volto, non si respira mica. Ma non bisogna neppure
sprecarla l’aria, quindi questa fase va ritardata il più possibile.
Infine bisogna indossare l’elmo, riuscendo a chiudere il sottogola sotto
la maschera. E togliendo gli occhiali, tanto la maschera si appannerà
già per conto suo; speriamo di vederci. Bè, tanto, se c’è fumo non è che
si veda molto comunque.
Siamo quasi arrivati, ma non riusciamo a vedere se in cielo c’è fumo,
misura della serietà del caso. Per le strade non c’è traffico, è
domenica mattina. Imbocchiamo la via, vediamo solo un tizio in
lontananza in mezzo alla strada che ci fa segno.
Quando siedo davanti, sul sedile del caposquadra, la manovra mi è
quasi impossibile, visto che contemporaneamente devo fare altre cose e
l’attrezzo è sistemato in modo che solo per afferrarlo si rischia la
disarticolazione dell’omero, per non parlare delle acrobazie necessarie
per indossarlo. Ma oggi il cs è Paolo, quindi posso avvalermi dei sedili
posteriori attrezzati, che ti facilitano enormemente l’operazione
piazzandoti il tutto direttamente sulle spalle.
Scendiamo e vediamo che un denso fumo nero esce da una finestra,
proprio sopra le teste di due persone affacciate alla finestra al
secondo piano e che gesticolano. La faccenda si fa più seria, non è solo
un po’ di fumo per le scale. Dall’altro piano non si vede nulla. "Scala
e naspo, veloci" Paolo urla pochi ordini secchi, e i ragazzi eseguono.
Intanto io tento la porta, ma è chiusa. "Ho le chiavi se servono" dice
il tizio di prima. Non sto neanche a pensare perché non ha aperto prima,
la gente agitata fa cose ben strane. E infatti non ritorna, chissà
dov’e andato, e qui il tempo stringe. Salgo anche io la scala italiana
già montata, se il fuoco è già nell’appartamento bisogna ricacciarlo
indietro per far respirare i due inquilini, e intanto qualcuno li farà
scendere o si prenderà cura di loro. Ci vorrebbe l’autoscala, sempre che
riesca a manovrare in questo cortilino con l’auto parcheggiata in mezzo
per di più.
Scavalco il davanzale: dentro non è tanto caldo, ma il fumo in alto è
denso e soffia sopra le teste. Dove sarà il fuoco? A tastoni procedo
lungo il muro, inciampando in ogni mobile, cercando il fuoco, ma non
trovo nulla. Non è qui. Allora bastava tener chiusa la porta. La
accosto, ma ormai il danno è fatto. Vicino a me trovo Fazio con naspo e
bombole, anche lui cerca il fuoco. Inutilmente. Io vado un po’
avanti con la mano sul muro, nella nebbia fittissima ma grigia e che non
scotta, una stanza alla volta. Arriverò pure alle scale. Intanto apro
anche le finestre per dare aria, e il fumo si fa meno fitto e l’aria più
respirabile.
Finalmente riesco a trovare la porta d’ingresso dell’appartamento,
aperta pure questa, e le scale. Qui il fumo è più fitto e caldo:
fuochino. Comincio a scendere e sento il crocchiare tipico dell’incendio
attivo, e più in basso il bagliore rossastro pulsante: fuoco. Piccolo,
però, la temperatura è bassa. Non posso procedere senza acqua, potrebbe
essere un grosso incendio in cantina o magari in garage, che fa
capolino. Apro i finestroni lungo le scale per evitare che vada su e
torno indietro a chiamare Fazio che mi seguiva. Non riesco a comunicare
con gli altri, la maschera blocca o distorce la voce, anche urlando non
mi sentono. Noto che adesso nell’appartamento il fumo è molto calato, i
colleghi stavano facendo respirare i due inquilini con la ‘frusta’ e il
sacchetto, ma ormai non serve più. Sento il loro fischio di fine aria,
dura poco. Il fumo l’hanno già respirato, però, bisogna farli arrivare
all’ambulanza al più presto per i controlli. Anche se è partita
l’autoscala dalla centrale, serve tempo per arrivare qui, quindi bisogna
rendere agibile il vano scale, oppure farli scendere con la scala
italiana – cosa da tenere per ultima perché è pericolosa. Queste persone
sono anche pesanti. Se il fuoco è piccolo, come credo, si dovrebbe
risolvere in breve, ma serve l’acqua. Fazio è già qui e parte deciso
nella direzione che gli indico, mentre gli allungo il tubo. Lui spegne
le fiamme in pochi secondi; la luce rossastra e il calore spariscono
come il fumo residuo che svanisce attraverso i finestroni del vano
scale. Ricompare il mondo reale. La porta d’ingresso è
finalmente accessibile e spalancata. Passo sopra ai resti fumanti di un
quadro elettrico, un classico. L’incendio è tutto qui, piccolo piccolo,
eppure ha fatto un danno enorme. Il volume di fumo tossico sviluppato da
pochi chilogrammi di plastica e legno è incredibile. Mentre mi tolgo
l’autoprotettore, controllo che la scala sia agibile e segnalo ai
ragazzi del 118 in cortile che possono salire, accompagnati da un paio
di colleghi. In cinque minuti gli inquilini sono in ambulanza diretti al
p
ronto soccorso locale, e aiuto i colleghi a smassare. Paolo è intento a prendere i dati e parla con i carabinieri. Vedo
diversi vicini in pigiama lungo la strada che guardano. Andrea mi dice
che la corrente è saltata in tutto il quartiere, l’ENEL sta arrivando. Il bar presso la caserma ci aspetta. E anche il bagno, mi siete dimenticati?
viene gennaio silenzioso e lieve…
Alla
mezzanotte, in tutti i comandi d’italia il conteggio degli interventi
riparte da uno. Una volta l’abbiamo avuto noi. Ma è raro, specie in una
notte come questa. Una pioggia gelata sta ricoprendo di ghiaccio le
strade. Già tante squadre sono fuori al lavoro, tra auto fuori strada,
incendi di cassonetto e falsi allarmi. Non c’è stato neppure il tempo
per lo scambio di auguri via radio.
Finora ce la siamo scampata, ma non può durare. E infatti dopo pochi
minuti il chiasso della tradizionale cena in caserma viene interrotto
dal tono della chiamata dalla centrale, che ci assegna come primo nostro
intervento dell’anno una bella canna fumaria. Peccato, stava per
arrivare il fritto misto di mare. Magari siamo di ritorno per il dolce.
Se il fuoco non si è esteso al coperto in legno, in genere è un
intervento semplice. Stasera temo anche il ghiaccio, quindi spero in più
di poter evitare il tetto. Si cammina mica bene sulle tegole scivolose,
e non c’è corda che tenga se brucia davvero. Per strada non
incontriamo nessuno; miriadi di luci colorate disegnano sullo sfondo
nero un paesaggio di fantasia, mentre in alto i rari fiocchi di neve
riflettono in guizzi azzurri la luce pulsante dei lampeggianti. Sulla
strada scintillano i cristalli di ghiaccio.
Arriviamo all’indirizzo ma non vediamo fiamme nel cielo, cosa che è
un ottimo segno. Si tratta di una casa di campagna ristrutturata, col
coperto in laterizio, e non in legno come ci avevano detto. Notiamo
subito che il comignolo è avvolto da una fitta rete metallica, come al
solito. Gli inquilini sono tranquilli e ci accompagnano dentro. Ormai
la fuliggine nella canna si è esaurita. Lo specchio infilato nella
bocca del caminetto mostra il cielo esterno, illuminato dal nostro
gruppo fari. Manca un abbaino, e non ci resta che montare la scala
italiana per andare a controllare il comignolo. In cima vedo subito che
non se ne parla proprio di andarci sopra: la pioggia è ghiacciata
formando uno strato di ghiaccio trasparente sulle tegole. Ci appoggio
sopra la mano, ma non riseco a tenerla ferma, si scivola troppo. Per
fortuna vedo bene il comignolo, che è intatto.
Rientriamo. Sono rimaste di sicuro un po’ di torte. Ma ci saranno
altri interventi, oggi. ce sono sempre di nuovi. Il conteggio procede.
non abbandonate le iguane
Una volta, d’estate, lungo le autostrade usava abbandonarci solo i cani, a volte i gatti.
Da qualche anno usa invece abbandonare anche rettili, uccelli, pesci,
ragnoni e altri animali esotici. Si vede che gli orizzonti geografici
si sono allargati, anche ai soliti deficienti.
L’altro giorno abbiamo recuperato un bell’iguana verde e ben
pasciuto. Se ne stava tranquillo e beato, appollaiato al sole sul ramo
più alto di un albero, nel cortile di un condominio. Non faceva male
proprio a nessuno, ma alcune signore del posto erano già isteriche per
la grave minaccia allo status quo. Personalmente sono sicuro che per
arrivare alle dimensioni di Godzilla ce ne correva ancora parecchio.
Inespressivo per noi mammiferi come tutti i rettili, non ci ha saputo
indicare l’indirizzo di casa (sicuramente lì vicino), così l’abbiamo
fatto entrare in un comodo scatolone e consegnato al personale della
forestale locale. Che ha già una bella collezione di animaletti simili,
tutti sfrattati di fresco.
E’ già il terzo nel nostro piccolo territorio di provincia. Chissà
dove li comprano? Io ricordo anche un pitone, pappagalli, un paio di
furetti, qualche mucca da corsa, cavalli ecc. Non animali da lavoro,
ovvio, ma "da compagnia". O da esibizione.
Il solito cane, anche di razza, ormai non basta più come giocattolo o
status symbol. E forse neanche i grossi felini. Che sono impegnativi da
mantenere e sono anche meno peluche dei cani, i quali, poveretti,
sopportano di tutto. La storia degli avvistamenti della famosa pantera
nera è ormai tradizionale. Altro che sasquatch.
Io aspetto da anni che dai nostri canali emergano minacciosi i
coccodrilli. E oggi, finalmente, sul quotidiano locale è segnalato un
avvistamento di questo simpatico animale, in un fiume presso il
capoluogo, grande città colma di gente cosmopolita. Sarà il solito
articoletto estivo, gli UFO hanno già stancato, ma io spero sempre…
Chissà come si acchiappa un coccodrillo?
PS
dimenticavo: se vi capita di avvistare una povera bestia abbandonata,
o di volerne abbandonare una, potete rivolgervi direttamente alle
locali associazioni animaliste o al Corpo forestale dello Stato.
Se non trovate nessuno, provate la Polizia Municipale. Se poi non
trovate ancora aiuto, allora telefonate pure a noi, e chiedete un
consiglio. Tanto siamo sempre aperti – fate il 115.
acqua e vento e fulmini
Clop. Tic. Haaaaaarr. Pausa. Clop
un altro gradino, tic il bastone e ahhhhrrr una boccata d’aria
risucchiata con affanno e dolore. Una pausa per raccogliere le forze per
il successivo. "A questa le piglia un infarto", lo pensiamo tutti, e
siamo solo alla prima rampa di quattro. In cima non ci arriva mica. E
da trasportare giù a mano mi sa che è pesante. Avrà novant’anni, e
cammina a fatica. Eppure ha insistito per condurci dal piano terra fino
alla soffitta di questa antica e strana casa torre di quattro piani. Un
gradino alla volta scalato con ostinazione e fatica, un rantolo alla
volta sempre più profondo. E noi dietro, in fila indiana, tutti bardati e
con corde e attrezzi, un passo alla volta. Clop fa lei; clop clop clop
clop facciamo noi. Pausa. Eh, abbiamo preso il ritmo. Tutti seri, per
quanto possibile, la signora è troppo dignitosa e amabile per rischiare
di mancarle di rispetto. Le pareti della scala sono tappezzate di
quadri, olii, tempere, acquerelli, chine, tutti di ottima qualità. Ad
ogni pianerottolo, grandi foto dei nonni e bisnonni, mobili antichi sul
serio, testimoni di una passata agiatezza. Ormai perduta, ma è tutto in
ordine. Ancora un salto nel tempo, qui siamo in pieno inizio di 900. Non
so mica se i colleghi apprezzano. Io sì, ovvio. Però sono stranamente
tranquilli.
È stata un’estate ben strana. Fino a una settimana fa è stato freddo e
piovoso. Allagamenti continui, abbiamo passato giorni a svuotare
cantine e autorimesse. Poi qualche giorno di sole improvviso e afoso e
poi ieri l’altro un colpo di coda del maltempo, una tromba d’aria
violentissima che ha fatto disastri notevoli nella stretta striscia di
terreno dove è passata. Acqua ad autobotti, mica catinelle, che ha
allagato strade e soprattutto scantinati e garage, ma anche case e campi
e cortili. Poi alberi sradicati, diversi appoggiati ad abitazioni;
ulteriori coltivazioni abbattute, anche alcune vigne abbattute come
castelli di carte. Grandine, che ha ammaccato auto e ha defoliato interi
campi di granoturco. E anche fulmini, uno ha colpito una vecchia enorme
quercia, una delle poche superstiti. Ok, giove l’ha benedetta, etruschi
e celti sarebbero stati contenti di tanta santità e degnazione divina,
ma a noi è toccato segarla tutta. Tre ore buone di lavoro. E un peccato,
un albero così bello e sano, uno degli ultimi ormai. Abbiamo passato
giorni a svuotare cantine e segare legno.
Ancora una rampa e ci siamo. Dobbiamo andare a riparare un
lucernario, danneggiato dal vento che ha spazzato con violenza rara il
nostro comune qualche giorno fa. Il centralinista della sala operativa
era incerto se mandarci o no, a rigore non gli pareva un intervento
di soccorso, ma la signora ha dichiarato di vivere sola e di non avere
nessuno per un aiuto. Quindi siamo qua, il camion parcheggiato fuori,
davanti a questa casa antica nel centro del paese. Tutto tranquillo, se
non altro, dopo giorni passati a correre qua e là cono tutti gli
automezzi disponibili, e anche squadre dal comando provinciale.
Ieri pensavamo che fosse finito, e invece ci hanno chiamati per
un’ulteriore albero pericolante. Un bell’abete altissimo, curvo verso la
strada. La padrona era una signora meridionale, grossa e grassa, ben
vestita, di quelle abituate a pretendere e che non stan zitte neanche
con una scarpa in gola. L’albero era ancorato con cavi di acciaio ormai
rugginosi, da anni. "e infatti il vento ha fatto tagliare il tronco al
filo, vedete?" A mezz’altezza il cavo era penetrato nel tronco. Ma un
cavo non taglia un albero del genere, di mezzo metro di diametro, e il
"taglio" non è che la cicatrice del legno cresciuto attorno al cavo nel
corso di decenni. La signora ci sta prendendo per i fondelli. Saputo che
il giorno prima eravamo intervenuti in paese con gru e motoseghe per
tagliare alberi schiantati dal vento, voleva solo approfittare per
liberare il suo giardino a gratis. Col vento l’albero non aveva fatto
neppure una piega; mancavano tutti i caratteristici segni di sforzo sul
terreno e le crepe nel tronco, e perfino foglie o rametti caduti
attorno. Se vuole disfarsi dell’albero dovrà pagare un giardiniere. Bè, è
mica la prima furbetta, capita continuamente. Basta non farci caso e
chiarire le cose.
E poi ci sono persone come questa signora, invece, che ha un piccolo
bisogno, ma ce l’ha davvero. Per questo la seguiamo in silenzio e
volentieri su per questa scala. Bè, siamo arrivati finalmente in
soffitta, lei è senza fiato – ma viva – appoggiata ad un comò a
riprendere fiato.
Non è rotto l’abbaino, manca proprio. Lei temeva che la pioggia
potesse entrare e rovinare la casa. E ha ragione. Aldo si lega e mentre
Roberto lo tiene esce sul tetto e recupera il coperchio del lucernario. E
lo ripara pure. Tutto qua. Abbiamo fato bene a venire, poteva cadere
sulla strada in testa a qualcuno. La signora è non contenta, ma
addirittura commossa. Ecco, adesso inizia la discesa fino al piano
terra. Provo a dirle che può fare con comodo e conosciamo l’uscita.
Macchè, ci accompagna giù. A dir la verità dev’essere pure sorda, non mi
ascolta molto e continua a parlare per conto suo. Mi regala un libro,
preso a caso, ce ne sono parecchi sparsi per casa. Non riesco a
rifiutarlo, non mi ascolta proprio e si sta pure commuovendo. Dopo un
quarto d’ora la salutiamo al piano terra. Tutti contenti, è un
intervento da nulla, ma ci ha dato più soddisfazione di tutti quelli
degli ultimi giorni. He, capitano anche queste cose. E poi noto che ho ancora parecchio fango secco sugli stivali, quando siamo in caserma sarà bene pulirli.
Appendice.
In casa della signora c’era, tra le tante foto antiche appese al
muro, quella di un distinto signore baffuto, che fissava con uno sguardo
arcigno l’insolita processione sulle scale di casa sua. Quello sguardo
mi aveva colpito, mi ricordava qualcosa. Ma cosa?
Più tardi, a casa, mi è venuto un sospetto e sono andato a consultare
l’archivio storico del mio distaccamento (roba mia, ho anormali e
pericolose manìe storiografiche). E l’ho trovato quel ritratto e anche
la scheda biografica di quel signore.
Pompiere civico nel mio paese a cavallo del ‘900, una presenza
costante e importante per decenni, un encomio solenne e pubblico per
avere spento da solo un pericoloso incendio. Era muratore, capo-mastro,
sapeva come fare. E aveva pure costruito quella strana casa dove lo
avevamo reincontrato.
La signora è la nipote, e ci sono tornato a indagare. Lei ricorda
tutto, e conserva appassionata la storia della famiglia. Anche il
diploma dell’encomio. E sta cercando in soffitta le foto del nonno
pompiere.
Ormai sola e handicappata, mi racconta triste che l’altra sera,
scoperto il guasto in soffitta, aveva telefonato a tutti i conoscenti
del settore (muratori, architetti, operai) per avere un aiuto, ma
nessuno aveva trovato il tempo di andare almeno a vedere, tutti la
scaricavano a qualcun’altro. Lasciandola nell’angoscia non tanto del
guasto in soffitta, ma nella coscienza di essere ormai sola e
abbandonata.
Alla fine le era venuta l’idea, estrema e strana secondo lei stessa,
di rivolgersi come ultima risorsa ai pompieri, mai chiamati in vita sua.
Le ho lasciato il mio numero di telefono, in caso di bisogno; e
tornerò anche a trovarla per ascoltare le sue storie del nonno, e di
questo paese come era una volta.
rescue me, prima serie, in Italia
Strano,
ma è arrivato in Italia il serial Rescue Me; la prima serie è stata
trasmessa sul canale FX di SKY nel mese di marzo 2008. Speriamo
proseguano con le altre.
Si tratta delle incasinate vicende personali di un vigile del fuoco
della squadra Engine 62 di New York City, Tommy Gavin, interpretato da
Denis Leary. Che è stato anche l’ideatore della serie l’indomani dell’11
settembre, dopo aver perso alcuni amici e parenti. Per motivi familiari
è cresciuto nei distaccamenti dell’FDNY, e ne conosce bene i
retroscena.
Non aspettatevi la storia dei pompieri di New York, né interventi
eroici, né banalità scontate, o le fantasie allucinate di analoghi (?) e
pretestuosi serial italiani. C’è tanto della vita nei distaccamenti, ma
dietro le quinte, dove il pubblico non entra. Si intrecciano le
vite private dei pompieri, le tragedie, i problemi, lo stress e le paure
di chi fa un mestiere del genere, e delle soluzioni che inventa per
tirare avanti, per sé e per la famiglia. Spesso non convenzionale,
perché la realtà è questa, e le convenzioni e le procedure scritte non
servono ad affrontare l’imprevisto. E con una dose di ironia e
schiettezza, spesso crudele, che difficilmente può essere compresa da
chi non fa questo lavoro. E il cameratismo autentico, dei compagni di
mille avventure, con cui litighi pesantemente, ma con cui rischi la vita
ogni momento. Spesso ricorda la serie italiana di Amici miei. Niente
eroi, tanti fallimenti, tristezza e angoscia. Tommy è un buon
pompiere, ma è un pessimo marito e padre. Alcoolizato dopo l’11
settembre, separato, è violento, mente, ne fa di tutti i colori, ed è
continuamente perseguitato dai fantasmi del suo passato, le persone che
non è riuscito a salvare, il cugino pompiere morto, Gesù e la Madonna
che cercano di raddrizzarlo.
Gli interventi ci sono, ma come casuale teatro delle chiacchierate
tra i protagonisti. Vero che costa molto realizzare scene tipo Fuoco
Assassino, ma è anche vero che il 90% degli interventi reali sono ben
poco appariscenti. Per ogni incendio di appartamento (e quelli di NY
sono ben tosti), ci sono decine di aperture porte, verifiche per fughe
di gas, gatti e cassonetti del rusco. Anche a me interesserebbe di
più la vita del distaccamento, e invece per l’80% si parla dei casini
familiari dei vari protagonisti. Peccato. Ma resta lo stesso
affascinante anche, e mai del tutto fuori tema. Sospetto che Leary
prenda molto da fatti reali. Seguendo le notizie del FDNY da anni,
noto che diversi temi d’attualità finiscono nel serial. Non tutti e non
del tutto, ma ci sono. Le donne pompiere, i neri, gli scioperi (solo
accennati), la politica, i gay, il supporto psicologico e le paghe
basse, gli scherzi pesanti, l’alcool, la droga, il sesso, la corruzione
di funzionari e politici, i preti pedofili, ecc. ecc.. Perché di quanto
succede nei distaccamenti e nell’organizzazione antincendio USA molto è
pubblico. Leggetevi il New York Times e i loro forum e, se volete, le
biografie.
La cosa più sorprendente è quanto sia vicino e comprensibile per i
pompieri italiani (quelli veri, operativi, non quelli dei ministeri o
degli uffici – ovvio), e come le situazioni, familiari o sul lavoro,
siano spesso simili sulle due sponde dell’oceano. I miei colleghi, che
rifiutarono orripilati la serie inglese, sono piuttosto interessati in
quella tradotta. I discorsi negli spogliatoi o sul camion hanno
parecchio in comune coi nostri, così come le motivazioni, le cazzate, i
dubbi. Quando uscì negli usa metà dei pompieri lo accolse con
entusiasmo come una foto della propria vita, metà lo rifiutò con orrore.
Dopo quattro anni la serie è ben accetta, e molto seguita dal pubblico
civile, pur con tante polemiche come quelle sui recenti episodi che
mostrano scene di violenza e stupro.
Ritengo sia notevole la colonna sonora, per nulla scontata nè facile.
Ogni episodio ha una sua lirica, ottima le musica, ma il testo è cucito
sull’episodio.
Nel complesso, la serie è piacevole, un po’ fuori dai soliti schemi e
con qualcosa della nostra cultura. Poteva evere molto di più, ma non ce
l’ha. Pazienza e accontentarsi.
"Io qui non vedo niente. E lì?". Mi fa Riccardo. "Macchè" rispondo dall’altra estremità del palazzo. Unicamente
le nostre voci animano via Natali. È notte fonda e la luce fissa dei
lampioni mostra solo parte delle facciate dei palazzi; nelle ombre
guizza il blu dei nostri lampeggianti. E adesso che facciamo? Il
centralinista del comando ci ha mandati qui perché un tizio ha
telefonato che vedeva un bagliore come di fuoco dentro una finestra di
un appartamento in un edificio lontano. (come e perché alle due di notte
questo riesce a vedere queste cose può essere questione interessante,
ma non pertinente…). Non è cosa nuova, e in genere si tratta di
cazzate; fumo di camino, nebbia, luce di lampione, visione, apparizione
mistica, ecc… Nelle notti calde s’estate, o nei lunghi pomeriggi della
domenica, c’è gente che passa il tempo guardando in giro e, non essendo
abituata a robe diverse dalla tv, vede cose nuove e quindi tutte
pericolose. Ufo, tegole pericolanti, animali selvaggi e pericolosi,
uccelli sugli alberi da salvare, fumate strane in campagna, ecc. ecc. Ma una volta su venti si tratta davvero di un incendio, e quindi è bene indagare.
Riccardo stasera è capo partenza, cavoli suoi decidere. Il
centralinista non ha chiesto, o non ha potuto, l’indirizzo del
richiedente, così non possiamo andare a casa sua e farci mostrare
esattamente cosa vede. E non risponde neanche al telefono. La via è
lunga, la percorriamo a piedi col naso in aria in cerca di indizi.
Niente luci strane, niente fumo, nessun odore anomalo. Tutto normale,
uniche anomalie la presenza del nostro camion e noialtri vestiti da
intervento pesante. Qui siamo nel centro storico, di giorno passano
poche auto. Riccardo riferisce alla sala operativa e rientriamo.
Il tempo di svestirci e fare quattro chiacchiere che ci telefona di
nuovo. Il tizio si è rifatto vivo e riferisce di vedere ancora una
specie di incendio; non vuole dare il suo indirizzo, ma ha dato quello
del palazzo, il numero 10. E dice pure che ci vive una vecchia da sola.
Come fa a saperlo? Gatta ci cova… mah. Torniamo fuori di volata.
Più o meno dove eravamo prima c’è un palazzo di tre piani. Non si
vede nulla. Nessuna luce, fumo o altro. Silenzio assoluto. Nessun segno
di incendio. Suoniamo a tutti i campanelli? O scaliamo tutto il palazzo
entrando ad ogni piano? Sistema sicuro per disturbare un sacco di
persone, e di prendere un pacco di insulti, per non parlare delle
fucilate – mai da escludere. Sono le tre in una notte molto calda, si
fatica a prendere sonno. E noi siamo vestiti da incendio e quindi fa un
bel caldino afoso. Dalla strada non si vede ancora nulla. Palazzi
alti qui sono pochi, dove può stare appollaiato di vedetta il tizio
misterioso? Se conosce l’indirizzo deve stare vicino: di due palazzi uno
solo pare in posizione utile, quello nella strada dietro. Andiamo a
vedere, e da là finalmente si intravvede qualcosa. Ad una finestra
aperta dell’ultimo piano pare di vedere una fioca luminosità rossa, che
va e viene. Me la immagino o c’è davvero? Riccardo, tu lo vedi? Col naso
in aria e una mano che impedisce all’elmo di scendere sugli occhi,
fissiamo a lungo. Mah, non sarebbe la prima volta che un incendio in una
stanza interna appare così. O magari è un lumino davanti alla madonna.
OK, torniamo e Riccardo si decide e suona tutti i campanelli. Poi li
risuona. Ohè, ma non risponde nessuno? Tutti i piani tranne l’ultimo
hanno le finestre chiuse, quindi o sono sfitti o sono in vacanza.
Risuona a lungo quello dell’ultimo. Niente da fare, non una luce, o una
voce. Il rischio aumenta. Montiamo in fretta l’intera scala italiana, è
un quarto piano, e la appoggiamo al terrazzo. Certo che avere
un’autoscala sarebbe bello, pork se pesa!
Riccardo sale per primo. I ragazzi vorrebbero salire, lo so, ma qui
ci può essere una situazione seria (bè, al 60% per adesso – il rischio
più probabile è che ci sparino), quindi per secondo salgo io. Se c’è
davvero qualcosa serviranno autorespiratori, corda e manichetta. Ma è
tutto immobile e tranquillo, prima indaghiamo con cautela. Stiamo per
entrare in casa di qualcuno alle tre di notte, e dalla finestra, per
cui… Di norma dovremmo chiedere l’intervento della Polizia di Stato per
entrare in una abitazione privata, ma qui ci sono gli estremi di urgenza
e non serve.
Ok, la porta del terrazzo è spalancata. "c’è un cane" mi sussurra
Riccardo. Scruto nel buio del salotto e in effetti vedo un bel cagnone
nero che ci osserva tranquillo, seduto davanti ad una porta a vetri. Fa
la guardia alla camera da letto, immagino. E proprio lì si intravvede la
debole luce rossa tremolante. Sentiamo anche uno strano odore
dolciastro, debole, ma nessun altro segno di incendio. Lumino
devozionale, o piccolo incendio di materasso? Ne abbiamo visti tanti.
Parlo a voce molto alta: "vigili del fuoco, c’è nessuno in casa?". Il
cane non si muove. Ripeto diverse volte. Nessuna reazione, nessuno
risponde. Pork, vuoi vedere che la vecchia è svenuta o ha avuto un
malore, o è intossicata dal monossido? È già successo pure questo.
Bisogna andare a vedere, e veloce. Faccio un paio di passi: il cane si
agita, non abbaia. Brutto segno, è pure grosso, ma almeno tiene la coda
tra le zampe. Avanzo e lui si sposta di lato, ringhiando un po’. Da
un’altra stanza un secondo cane inizia ad abbaiare. Dietro di me sento
un fruscio: un pappagallo ci guarda dalla sua gabbia. Bello zoo, manca
solo il gatto da appartamento che ci aggredisce e la vecchia col
coltello in mano dietro l’uscio (già successo pure questo).
Riccardo sorveglia il cane, che ci fissa dal buio. Ok, con un occhio
al cane, poggio una mano sulla maniglia e socchiudo la porta. Piano e
poco, se c’è davvero un incendio rischio di alimentarlo, anche se
piccolo. Dentro niente fiamme, un letto e, sopra, due corpi. Nudi e
immobili. Una donna e un uomo accucciato dietro. La scena richiama "Il
cane di terracotta" di Camilleri. Mi sento un attimino fuori posto. Ma
perché non mi sentono? Svenuti? Morti? Mah? La mia lampada illumina una
pelle di colore normale, niente sangue. Se fossero morti sarebbero
bianchi, se intossicati dal monossido, rossi. Decido di dargli un’ultima
occasione, tanto di fuoco o fumo non ce n’è. Richiudo la porta e busso
forte, urlando. Due, tre volte. Il tempo passa. Finalmente una voce
impastata echeggia nelle tenebre. "arrivo, un attimo". He, finalmente!
Mo’ aspettiamo qui.
Arriva l’uomo (in pantaloncini) che non mi vede, con la mia lampada
negli occhi, "scusi, può mica accendere le luci?" "he? Ha, sì".
Spieghiamo la situazione, scusandoci, e assieme ispezioniamo
l’appartamento. Tutto a posto, solo sulla soglia del terrazzo della
stanza da letto trovo un paio di candele antizanzare. Era questa la luce
che si vedeva, amplificata dal gioco delle vetrate. Intanto è spuntata
la donna (bionda, giovane e notevole) e pure la nonna. Ma in quanti
sono? Fortunatamente l’hanno presa bene, ci ringraziano pure per il
nostro interessamento, mentre noi ci scusiamo ancora. Torniamo giù dalle
scale e smontiamo la scala, mentre raccontiamo ai ragazzi la
situazione.
Cose che capitano nelle notti d’estate, meglio così. Resta da
spiegare come mai nessuno dei tre inquilini non abbia sentito né il
campanello né le nostre grida. Forse non è così difficile rubare in un
appartamento. E quello che ha chiamato, come faceva a vedere così
lontano e a sapere tante cose? Ma più che ai particolari dell’intervento
i ragazzi sono interessati alla donna bionda; ne avranno da fanta
sticare e sparlare per almeno tre giorni. Mah, ‘sti giovani…
Sono contenta che hai ripreso a scrivere…aspetto nuovi racconti!!
Se uso la funzione “contattami”, posso contattarti in privato?
Grazie, ciao.
A distanza di alcuni mesi, il nuovo Comandante non si è ancora visto, non ha fatto il giro dei distaccamenti nè si è presentato. Mai visto su un intervento.
Non solo, pare abbia snobbato anche gli inviti a incontri di diversi sindaci, e perfino del prefetto. Qualcosa non funziona proprio.
Pare ami le carte, i regolamenti e fare lezioni e libri di prevenzione.
Ha inviato un sacco di ordini del giorno a proposito di moduli da riempire, e a noi personale volontario va anche bene, in centrale pare che i moduli da riempire quotidianamente siano molti di più.
Adesso vorrebbe anche che noi comunicassimo quotidianamente un foglio con le presenze nominative e sottoscritte ora per ora. (cosa che io son uso chiamare: lavoro a tempo pieno, e faccio già altrove perchè per campare mi serve un stipendio, per piccolo che sia ).
Non mi pare che sia un comandante pompiere, voi che dite ?