Friday, August 24, 2018

Trasloco del Blog

Oggi ho trasportato il contenuto del mio antico blog dalla piattaforma Wordpress alla Blogger (dopo il trasloco dalla Tiscali ora chiusa), che ha maggiore visibilità, almeno spero. Purtroppo non è possibile un import, per cui le date risultano sfalsate, ma in ogni post c'è la data originale.
Se c'è un vantaggio con Blogger lo vedremo mei prossimi mesi, dovrebbe comparire nei motori di rierca. Ho trasferito i testi, devo completare le immagini e gli antichi commenti, lo farò nelle prossime settimane.
Dovrei anche rileggere e magari aggiornare i post, mi accorgo adesso a distanza di tanti anni che mancano tante informazioni, e c'è poco di quanto volevo comunicare, il mondo dove ho vissuto la maggior parte della mia vita è ben più complesso e articolato... ma non sono uno scrittore, abbiate pazienza.

la sirena suona per me

Poche cose, il giorno 21 ore 18 le sirene del mio distaccamento hanno suonato, e per me, per la prima volta.
Per salutarmi, perché termina in questi giorni il mio servizio.
Giorni difficili per me, ne parliamo più avanti sperando sia più facile.
E’ stato un lungo bellissimo viaggio, ma io devo scendere qui, altri proseguiranno.
Buon lavoro a tutti i colleghi.

passano gli anni…

Sono anni che non scrivo, i motivi son tanti, il principale è che l’ispirazione è fragile e le vicende quotidiane sempre più intricate e frenetiche non la alimentano. Tante cose sono successe in questi anni, siamo cambiati e cambieremo di più. Non so se domani continuo, adesso ho un raro minuto di tranquillità, vi dico che i giorni sono contati, gli anni mi hanno raggiunto e sta per concludersi la mia vita di pompiere, per raggiunti limiti di età. Già, i vigili del fuoco italiani vanno in pensione molto prima dei comuni mortali, perchè “usurati”. A 60 anni, sette prima dei lavoratori comuni. Io come volontario sono entrambe le cose, quindi non potrò più fare interventi per legge ma la legge mi obbliga a continuare a lavorare anche in cantieri, fonderie, officine fino a 70 anni, lavori come tutti sanno di tutto riposo e senza rischi. Gli statali invece usurati da anni di servizio pubblico dove si lavora un giorno ogni quattro e che di notte se non ci sono interventi possono dormire pagati e in straordinario, possono ritirarsi dal lavoro prima. Un privilegio illogico come tanti dei dipendenti pubblici. Eppure… eppure io ho vissuto quella vita usurante e anche più per oltre trent’anni, e non solo un giorno ogni quattro ma tutti i giorni della mia vita, non dovrei essere usurato anche io, non dovrebbe essermi riconosciuto lo stesso diritto al riposo per il servizio prestato? Pare di no.  I cittadini comuni non sanno come funziona, ma io so perché vivo in entrambi i mondi, quello dei civili e quello dei Vigili, da oltre trenta anni, e so.
Quindi, ancora pochi mesi, ogni cosa che faccio non è più la prima o la solita, ma diventa l’ultima. L’ultima sterpaglia, l’ultima apertura porta, l’ultimo gatto, l’ultimo incendio di appartamento capannone auto camino cassonetto, l’ultima bufera, allagamento, albero caduto, persona in pericolo sul lavoro, treno deragliato, aereo caduto, calamità, api vespe calabroni serpenti cani mucche cavalli da soccorrere, infinite storie persone e immagini e situazioni. Per sempre. Il portale di questo fantastico mondo dove ho avuto la fortuna di vivere, operare, sognare, creare e partecipare di una visione del mondo reale del tutto diversa e straordinaria, sta per chiudersi per sempre. La prospettiva non è immaginabile per me, troppe le cose della mia vita quotidiana che ho cambiato in funzione del servizio, ogni minuto della vita di noi vigili volontari (no, non i discontinui, altra storia) è dedicata al servizio in tanti modi che non saprei neppure più elencarli tanto sono diventati parte integrante del mio quotidiano. Noi viviamo sempre pronti, pensiamo e lavoriamo, organizziamo ogni minima cosa, appuntamenti, vacanze, assenze, impegni, lavoro, perfino quando andare a fr compere o il bagno, in funzione dell’essere pronti alla chiamata, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, per ogni anno che ci viene concesso di esistere, e ogni secondo di questo tempo illumina, sostiene e guida la nostra vita. Come faccio a spiegarlo a chi non ne fa parte…
Ho provato con questo blog, ma le intenzioni sono diverse dalle vere capacità. Servirebbe uni scrittore vero, una persona informata ma capace di trasmettere sensazioni e percezioni ad altri. Non sono io, qualche frase l’avrò pure azzeccata, ma è poco. Ho tenuto un sintetico diario di questi ultimi mesi, se sarò in grado forse un giorno li svilupperò, chissà.
Cosa mi resterà non so, non so neppure come penserò “dopo”, adesso io sono ancora. Mi resteranno forse le decine di migliaia di fotografie che ho preso in quasi tutti gli interventi, ma l’essenza di questi non ci sta dentro, l’ho già cercata inutilmente. Le sensazioni, la consapevolezza, la visione del mondo che esistono in quei momenti sono molto oltre e di più. Iniziano appena arriva l’allarme, cessano quando si rientra ci si toglie la divisa e si esce dal cancello del distaccamento.
Mi resta spero il lavoro di ricerca storica che ho fatto in questi anni; per scrivere la storia del mio distaccamento ho imparato a frugare negli archivi storici, a leggere e interpretare documenti e a far rivivere episodi e personaggi scomparsi dalla memoria dei vivi. Non che la cosa interessi tanto a questi viventi, la storia non è un passatempo tra i preferiti degli italici odierni. Ma ormai vive in me, spero mi faccia compagnia.
Mi resteranno spero e forse gli altri vigili in pensione, ma non è detto, tanti appena usciti non si fanno più vedere, come se avessero dovuto rimuovere tutto.
E’ questo che temo, ma vedremo. La forza, potente, che tutto questo mi ha dato per oltre metà della mia vita dovrò pur lasciare qualcosa di sè… ho cercato di trasmetterla ad altri, a giovani, ai vigili di domani. ma i giovani sono diversi, non è detto.
Vabbè, la mia parte l’ho fatta, è ora di passare il testimone a qualcun altro. Avanti il prossimo, chi è di scena…

2012 un anno lungo e difficile


Era cominciato con una nevicata memorabile, una calamità provinciale che ci aveva tenuti impegnati per un paio di settimane. Rami di alberi pericolanti, tettoie, coperti di case a rischio, infiltrazioni di acque per grondaie bloccate dal ghiaccio, lastre di neve ghiacciata in bilico dai tetti e incombenti sulle strade, ghiaccioli di dimensioni mai più viste dai tempi della guerra che minacciavano i pedoni e le auto sottostanti dai tetti altissimi della città di Bologna, tubature e anche idranti scoppiati pervia del gelo, e mille altre situazioni di disagio.
Poi i soliti incendi, capannoni e appartamenti. [singlepic id=4 w=320 h=240 float=left] A maggio il disastro: mai avremmo pensato di avere a che fare con una calamità come un terremoto e proprio a casa nostra. Abitazioni dissestate, impianti di acqua, elettricità e gas sconvolti, attività industriali bloccate se non distrutte, la trama della vita quotidiana di intere comunità tradita e sconvolta. Poi le infinite follie dell’isteria di massa, e il coraggio di tante persone, la tenacia, la fiducia, la solidarietà di tanti. Con la mia squadra ho fatto il primo intervento del sisma in provincia di Bologna, che ci ha trasportato di botto dal mondo ordinario ad un’altro mondo straordinario e sinistro, della cui scoperta ed esplorazione si poteva anche fare a meno.
Due mesi di interventi, tutti problematici sotto tanti aspetti, durante i quali abbiamo conosciuto tanti fantastici colleghi da tutta italia, tante situazioni tecniche nuove, tante storie personali; gli splendori e le miserie del Corpo e del mondo. Più che mai, in trent’anni di intenso servizio,  ho avvertito l’orgoglio e la responsabilità di essere un vigile del fuoco, da come la gente ci guardava e ci trattava, e da quanto si aspettava da noi. Ho rammentato una frase che mi ripeteva un antico pompiere persicetano a proposito della tragedia dell’alluvione del ’67; “più che la nostra opera, contava nella gente un nostro sorriso, una parola di conforto”. [singlepic id=6 w=320 h=240 float=right] Nei mesi successivi una calma insolita, pochi e rari interventi. Come se, in seguito al trauma del terremoto, i gatti non salissero più sugli alberi, i piromani si astenessero dall’appiccare i fuochi, le auto si fossero stancate di incendiarsi, la gente non dimenticasse più le chiavi delle porte di casa.
Poi, piano piano siamo tornati agli interventi più ordinari, e anzi con un curioso supplemento di alcuni incendi di palazzine abbandonate in campagna, con qualche sospetto per la solita mafia edilizia locale. E’ seguita una estate asciutta e torrida con sterpaglie assortite, finita col gran finale della ripetizione dell’incendio di alcune migliaia di rotoballe già vista l’anno passato, ma riuscita peggio dal punto di vista del piromane, perchè alcune migliaia le abbiamo salvate. Anche qui lo zampino di organizzazioni non gradite.

Alcuni anziani deceduti in casa, fieri esponenti della indipendenza individuale. Infinite tante porte da aprire, ciascuna con la sua storia umana unica e speciale, pochi gatti, quasi nessuna auto in fiamme ormai, canne fumarie a piacere, meno incidenti gravi. E non è finita, mancano due mesi alla fine dell’anno. Un anno di lotta contro gli omnipresenti e per nulla utili “sindacati” di categoria, che al solito non hanno nulla di meglio da fare se non rompere le scatole alla componente volontaria del CNVVF, e senza alcun ritegno o rispetto neppure per la tragedia che ha colpito le nostre genti. Niente di nuovo, bella la vita dei dipendenti pubblici.
 E poi le difficoltà finanziarie per il corpo in generale, un po’ meno per noi volontari che siamo abituati da sempre ad arrangiarci e metterci del nostro, ma che sollecitano una riforma seria, razionale ed europea del Corpo che quasi nessuno vuole o è capace di fare. Neppure il numero unico delle emergenze è ancora partito in Italia, siamo in ritardo di anni tecnicamente e di secoli culturalmente, caso unico nel continente ed ennesima pessima figura. Circa il personale: un lutto in famiglia, uno dei grandi pompieri di un tempo mitico ci ha lasciati. Un altro collega ha abbandonato per priorità familiari, un altro è felicemente pensionato, e quattro nuovi pompieri. Chissà se almeno due di loro resteranno, entro i classici 12 mesi di scrematura.
 
 La ruota gira, il mondo cambia, e noi con esso. Io invecchio, adesso sono il più anziano del distaccamento, per fortuna non ancora per età anagrafica ma solo per quella di servizio. Pare ieri che mi interrogavo sull’uso di tutti quegli attrezzi dai nomi astrusi sul camion, e che amavo ascoltare le bizzarre storie raccontate dai pompieri anziani.
E adesso mi ritrovo all’improvviso a recitare io quella parte. Il prossimo anno saranno 30 (trenta) anni di servizio. E mi pare di avere ancora tutto da imparare. Il Ministero sta progettando di estendere anche per i lavoratori del Corpo l’età della pensione, portandola a 65 anni. Quindi forse ne ho ancora parecchio di tempo per imparare qualcosa. Vedremo, la ruota gira, di sabbia nella clessidra forse ne resta ancora un pochino.
Forse…

casalecchio, venti anni fa

Non sembrano passati tanti anni, e invece guardando le foto dell’epoca si vedono le nostre divise arancioni, gli automezzi ormai sostituiti  (non tutti) e i mille particolari di un’epoca ormai lontana. (Repubblica-cronaca)
Quel giorno e in quelle ore io stavo con alcuni colleghi sul tetto di una casa colonica a controllare l’interno della canna fumaria, dove stava bruciando la fuliggine. Avevano acceso il caminetto perchè faceva freddo. Sul prato di sotto stava la nostra autopompa (un eroico “150”) coi vetri abbassati per potere ascoltare la radio del comando. A un certo momento vedo che i colleghi di sotto e pure i proprietari tacciono e si avvicinano al camion con sguardo interessato, e mi volto anche io per ascoltare. Quando la centrale parla con le squadre dell’aeroporto, dove non succede mai nulla,  non è mai in bel segno.  Una squadra dell’aeroporto segnalava alla centrale che ne stava uscendo per inseguire un aereo, e che c’era un pericolo generico sulla città. Spiegarono che avevano avuto dalla torre di controllo la segnalazione che un aereo, forse militare, era in difficoltà. Si trovava ancora ad alcuni chilometri dalla città, non era riuscito ad atterrare e non avrebbe provato all’aeroporto, quindi proseguiva verso le colline dietro la città di Bologna, ma passandoci sopra. Nessuna informazione su carico e occupanti, e scarse informazioni sul resto.
Dopo qualche minuto riferivano che, invece di dirigersi sulla campagna come si aspettavano tutti, avrebbe sorvolato la città. Quindi loro uscivano dal perimetro dell’aeroporto inseguendo a vista l’aereo, e avvertivano la centrale. Dove giustamente tutti quanti si preoccuparono,  parecchi e volevano maggiori informazioni. Essendo militare, non si riusciva a sapere cosa stava facendo e dove volesse andare, cosa che non agevolò per nulla la situazione.
La canna fumaria era a posto e noi scendemmo per raggiungere i colleghi attorno alla radio, tutti col naso in aria a cercare nel cielo bianco. La centrale aveva mandato fuori le squadre cittadine, anche da Casalecchio, per la città all’inseguimento dell’apparecchio, ma presto questo era sceso di quota e non lo si vedeva più, coperto dai palazzi. Nessuna informazione giungeva dalla torre di controllo e soprattutto dalle autorità militari, con grande delusione dei pompieri. Possibile che avessero fatto transitare un aereo militare, e di carico presumibilmente segreto, sopra una città come Bologna? Non pareva avere senso, non c’eranoin formazioni che l’aereo fosse fuori controllo, e attorno a Bologna di campagna ce n’è tanta, per deviarci l’apparecchio. Qualcosa di grave stava accadendo e di peggio poteva accadere. Infine dissero che forse l’aereo era andato olte e che il pilota doveva essersi lanciato, di cercarlo e di fare attenzione perchè il seggiolino aveva alcuni dispositivi di eiezione a scoppio, pericolosi da toccare, e di non avvicinarsi all’aereo. Non si aveva alcuna notizia se ci fossero squadre militari al lavoro, in cielo o in terra.
Le comunicazioni proseguirono fitte per una buon quarto d’ora, poi un silenzio tanto pesante quanto troppo lungo. Quando comincivamo già tutti a pensare che l’aereo avesse raggiuto le colline dietro San Luca, arrivò una concitata e comunicazione dalla partenza di Casalecchio; una voce angosciata diceva che vedevano del fumo alzarsi da una zona residenziale, forse una casa, dentro Casalecchio. E tutti capimmo che il peggio era incredibilmente accaduto.  Su un palazzo, su una casa, su un prato? A quell’ora di mattina la gente è al lavoro, magari le vittime potevano essere poche o nessuna. Ma dopo pochi altri minuti di silenzio, il peggio divenne ancora peggiore, perchè i colleghi annunciarono che l’aereo era caduto addirittura su una scuola. La squadra sul posto dava alla centrale l’indirizzo preciso, perchè inviassero tutte le partenze possibili, descrivendo con poche secche parole la scena, con ragazzi che si buttavano dalle finestre, feriti e fiamme altissime e inavvicinabili. “Scale, mandate delle scale!” era la frase che ripetevano più spesso.
Intanto noi avevamo completato l’intervento, e stavano rientrando in sede, chiedendoci se avrebbero chiamato anche noi.  Più tardi ci inviarono a presidiare il distaccamento di Casalecchio, all’erta per eventuali interventi ordinari, mentre altri distaccamenti di provincia furono richiamati presso altre sedi in città, dato che tutte le squadre di stanza erano al lavoro sulla scuola. Il canale della radio rimase intasato per ore, e solo dalla televisione del distaccamento venimmo man mano a conoscenza delle proporzioni e dei particolari del disastro.
In particolare ricordo che davano contiamente l’avvertimento dei militari di non avvicinarsi all’aereo, per qualche motivo. Ma i resti erano nell’aula, c’erano corpi e ragazzi sotto e attorno, e i colleghi non stettero certo lì ad aspettare o a guardare.
Nei giorni e mesi che seguirono, ci chiedemmo spesso cosa fosse realmente accaduto, ovvero pensavamo, come adesso, che qualcosa di anomalo e nascosto ci fosse nella vicenda  E in più non pareva possibile che accadesse una tragedia del genere nel 1990, e in una città progredita come pensavamo che fosse Bologna in quegli anni.  Oggi forse la riteniamo più plausibile.  Tanti i misteri rimasti aperti sulla vicenda, ormai solo alcuni dei tanti che pesano sul nostro paese.

un'altra apertura porta

DoorClosed“Allora, apri la porta, lei non la fai entrare, vai dentro solo tu, poi cerchi la borsa coi documenti e le chiavi della sua auto, provi e se funzionano gliele dai e le richiudi la porta in faccia.” Terza volta che mi ripete la sfilza delle raccomandazioni. È un comportamento coatto; vi è mai capitato? Uno vi racconta una storia, e appena finito il discorso, lo riprende da capo. È come se la sua mente entrasse in loop per ripetere all’infinito una comunicazione. Sarà per rassicurare sé stessi circa una decisione poco convinta, e non lo sfortunato interlocutore di turno, ma come si fa a fermarlo? Sono le 23.30, stavo già a letto e vorrei tornarci – come pure i colleghi -, prima finiamo la commedia e prima terminiamo l’intervento.
“Ho, poi decidi tu che sei sul posto, eh?”. Ci puoi commettere, penso, mica è la prima apertura porta che faccio. Chissà quale centralinista è questo, non riesco a collegare la voce agitata a una faccia, magari è uno dei sostituti per le ferie estive. Rispondo per la terza volta “OK, vado, valuto, decido e poi ti riferisco”, stavolta col tono più sbrigativo e definitivo che riesco ad improvvisare, e metto giù il telefono. Devo ancora vestirmi, e gli altri sono già sul camion pronti a partire.
Venti secondi e andiamo, e spiego la storia a tutti. Strano, riesco a parlare, di solito i ragazzi seduti dietro fanno un casino della madonna mentre oggi sono silenziosi, si vede che hanno sonno pure loro.
“Quella che è rimasta fuori dall’uscio è la madre, brasiliana, dell’inquilina che sta in ferie, e che è andata a far fare un giro al cane della figlia, dimenticando dentro le chiavi e pure la borsa coi suoi documenti e le chiavi di casa sua e dell’auto. Il punto è stabilire se quanto dichiarato è vero. Ha, il centralinista del comando ha già interpellato i carabinieri per gli accertamenti, ma hanno detto che non hanno personale, specie per una cosa del genere.”
Ancora più strano, non mi hanno interrotto neppure una volta, staranno mica poco bene? Mi giro per vedere se ci sono davvero, o se li abbiamo lasciati in caserma. Intravvedo nel buio alcuni occhi, e le lucine colorate dei vari telefonini, quindi ci sono. Bo’, giusto Alfio parlotta e brontola mentre guida, ma lui non tace mai neppure quando dorme.
Pochi chilometri nel buio e arriviamo in un borgo di campagna, piuttosto nascosto e isolato, del tutto deserto e silenzioso nel buio della notte, giusto qualche lampione; facile individuare una signora con un cane che agita la mano, davanti a una villetta a schiera. A colpo d’occhio non mi pare per nulla straniera, anzi; di mezza età, maglietta e pantalone da ginnastica, capelli raccolti dietro, si presenta più che distinta, sportiva e asciutta, e manifesta pure un comportamento serio e tranquillo, contrariamente ai casi sociali o di discreto svacco che siamo soliti trattare. In effetti le villette qui sono ben fatte e curate, deve trattarsi di una colonia di cittadini benestanti fuggiti dalla città. Anche il cane è grande e di razza, bianco a pois, pulito e rotondo, forse ipernutrito.
Mi sa che è un po’ che aspetta, pare stanca o un poco depressa, mentre si alza dalla gradinata per venirci incontro. Scendo e le sorrido per cercare di metterla più a suo agio, non conviene a nessuno rendere difficili le cose, e mi faccio raccontare per bene la storia. Mai fidarsi, mai, delle notizie date da chi non è sul posto e non ha verificato di prima mano le situazioni, e meno che mai del passaparola tra telefoni e persone diverse.
Intanto che aspettano il mio via, i ragazzi fanno amicizia col cane, che pare più che contento delle attenzioni insperate, e anzi troppo amicone per essere un cane da guardia serio. Cane da salotto.
Documenti non ne ha; suono il campanello di una palazzina vicina, che ha una finestra illuminata, e la signora che si affaccia in vestaglia mi conferma di avere visto spesso la mia cliente, quindi non è un’estranea. OK, do’ il via ai ragazzi, che aprono la porta con la solita lastra in pochi secondi, poi Aldo entra e torna dopo poco con la borsa della signora trovata dove aveva detto lei, che mi mostra i documenti. Corrispondono. Ma vedo anche che il cane entra in casa con passo sicuro e, al buio, va a bere alla sua ciotola; quindi è certo che risiede qui, e abbiamo ben visto che conosce la signora. Due testimoni, siamo tranquilli di non avere aperto la porta a un’estraneo.
Tutto ok. Copio i dati dalla carta d’identità, salutiamo e partiamo per il rientro. Senza sbattere la porta in faccia a nessuno, ovviamente. Va detto che noi operiamo in campagna e in piccoli paesi, dove è più facile. Invece nella città capoluogo l’atmosfera è spesso diversa, la gente è più aggressiva e infida, c’è chi mira a fregare alla grande e ne ho avuta esperienza pure io quando ci lavoravo, quindi capisco bene i timori del collega del centralino, che restano poi anche i nostri ogni volta che usciamo.
Perchè ogni intervento, per quanto semplice possa apparire, può complicarsi in mille modi, e non è mai uguale ad un altro. Perché la realtà sfugge e ha tanti aspetti, e se già è difficile lavorarci nelle situazioni comuni e normali, ancora peggio è operare in quei casi anomali e straordinari che competono a noi, quando sia le persone che gli eventi stessi congiurano per confondere la nostra percezione e la preparazione che la nostra povera esperienza è riuscita a darci. Se vi interessa, fare il pompiere è un bell’allenamento all’onestà, non si può fregare un incendio a chiacchiere, o aiutare persone in difficoltà con i pregiudizi o il sentito dire.

estate umida

manich2010_07100077Non brucia nulla in tutta la provincia, record minimo di incendi da decenni o a memoria di pompiere.
Ha smesso di piovere da poche settimane, nei campi si è riusciti a malapena a mietere il grano asciugato a fatica sotto un sole prepotente e afoso, e nei primi giorni le mietitrebbia spesso sprofondavano con le ruote nel terreno zuppo d’acqua.
Tolte le spighe, da terra spunta già l’erba verde, invece delle crepe polverose dell’estate normale. In effetti tutta la campagna è verde come se fossimo a primavera, uno spettacolo inconsueto. Chissà se è per questo che ci sono anche parecchie  rondini, erano anni che non se ne vedevano tante. Anche i canali sono colmi, e basta scavare un buco di poche decine di centimetri per vederlo riempirsi d’acqua in pochi minuti.
Niente sterpaglie in fiamme, né campi di grano o pattume che si propaga a case e capannoni spinto dal vento, niente cortine fumogene che invadono case e strade, ma nemmeno cassonetti dell’immondizia, auto incendiate, cascine, rotoballe, fuochi nella notte. E, non so che c’entra, ma nemmeno i gatti salgono sugli alberi, né le vespe infastidiscono i soliti paranoici, e neppure le tegole minacciano più di abbattersi su ignari passanti. Perfino gli incidenti sono sotto la media. La sola sterpaglia in fiamme è stata tra una pioggia e l’altra mesi fa, quattro metri quadri. Un solo incendio di pattume, del tutto risibile e indegno di smuovere una squadra di vigili, e che si sarebbe spento di stenti da solo, entro pochi minuti. Un unico incendio di campo di grano alle due di notte, visto solo da lontano e mai trovato nonostante minuziose e ansiose ricerche; niente fumo, nessun odore, niente tracce di bruciato a terra: un vero e proprio incendio fantasma. L’auto in fiamme dell’altro giorno si è rivelata l’ennesima ciofeca: la signora che aveva appena comperato l’auto usata ha ravvisato nello sbuffo di vapore bianco, espulso dal manicotto staccato del radiatore, un segno di incipiente rogo, e a momenti ci resta secca per infarto. Troppi cattivi telefilm, signora.
Le autobotti restano ferme, colme di acqua ormai immobile e stantìa, sui castelli di manovra non ci sono manichette appese ad asciugare, gli SK restano immacolati  e oziosi nelle rimesse.
Tutto qua. Non è che non si faccia nulla del tutto, qualche rara eccezione c’è, come l’incendio non casuale di un appartamento ricolmo di pattume, o di un ammasso di farina animale, ma per il resto si tratta di falsi allarmi o robine da cinque minuti. In collina qualche anziano si perde nei boschi, come sempre, e qualche animale si intrufola dove non dovrebbe e bisogna recuperarlo. In provincia qualche sterpaglia, accesa dai contadini, c’è, e perfino una rotoballa, ma il fuoco si rifiuta di propagarsi e si lascia domare con inusitata facilità.
Non che ci dispiaccia, eh? Correre e affannarsi a lottare nel fumo contro il fuoco, con  ‘sto caldo umido e con addosso chili di equipaggiamento e un giaccone quasi ermetico, non è esattamente piacevole, per non parlare ovviamente dei danni e dei rischi delle persone.
È solo che la situazione è anomala e inquietante. I vecchi hanno sviluppato un senso di allerta che ora viene disatteso, mentre nei giovani a essere deluso è l’entusiasmo e il desiderio di mettersi alla prova in uno dei tanto mitici incendioni, raccontati cento volte dagli anziani attorno al tavolo in caserma. Non c’è neppure gusto a lavare gli automezzi, che non sono nemmeno impolverati.
Poco male, si rimedia dedicando più tempo, finalmente, ad esercitazioni e al controllo dettagliato dell’equipaggiamento, alla manutenzione di automezzi e della caserma. A prepararsi, insomma, perché questa è solo una curiosa tregua, che una sirena improvvisa può rompere in qualsiasi momento. Godiamocela fin che si può.

estate freddina….

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Primo giorno di estate, fa freddo (15 °C) e piove. Le piogge continue che cadono ormai dal dicembre dello scorso anno hanno prodotto campi verdissimi con erba e stoppie alte, canali pieni e terreno bagnato, fango ovunque. Non c’è nulla di secco, a parte il fieno e l’erba tagliata, e pure quella dura poco se non viene messa al riparo. Dopo un inizio di giugno finalmente caldo, sono arrivate due settimane di pioggia pesante e di freddo, e da 34 gradi siamo piombati a 15 in un paio di giorni. Ieri in montagna i colleghi hanno fatto ben due canne fumarie.
L’anno scorso il clima era fin troppo caldo e asciutto, e di questi tempi eravamo impegnati a correre dietro a continui e violenti incendi di sterpaglie lungo le strade e sugli argini, oppure di grano, granoturco e stoppie nei campi. Quest’anno facciamo solo incendi dolosi, e pure questi pochi, perché nemmeno i piromani riescono a incendiare le cose come si deve. Non è neppure ben chiaro come si farà a mietere il grano, senza un periodo di bel tempo che secchi le spighe e asciughi la terra quel che basta a permettere alle mietitrebbia di lavorare senza affondare nel fango.
Intanto la massa erbacea si accumula, e se dovesse arrivare un mese di estate come si deve, brucerà un sacco di roba.
Domenica scorsa l’episodio più violento. Un ennesimo temporale ha prodotto in un paese qui vicino una grandinata, breve ma violenta come non si vedeva da decine di anni, con grani sferici fino a 5 cm, su un fronte largo almeno un chilometro. Ha centrato la città e distrutto vetrate, auto, arredi; le tegole dei tetti e i coperti delle aziende. Una salva di artiglieria. Dove sotto le tegole non c’era l’isolante, i fori hanno lasciato entrare nelle abitazioni la pioggia violentissima, che cadeva letteralmente a catinelle da un cielo buio come quello delle favole. Per fortuna la grandinata violenta era stata preceduta dalla pioggia e da una leggera grandinata, che aveva fatto rientrare la gente nelle case. Solo alcune persone sono rimaste lievemente ferite.
La centrale ci ha inviati per un albero pericolante, ma già durante il percorso ci avvisavano che la lista delle richieste si stava allungando. Il collega Andrea che risiede là ci informava per telefono dell’accaduto. Al nostro arrivo niente pioggia, ma strade allagate e un poco di grandine fine ammucchiata lungo alcune strade. Guardando con attenzione, dopo un po’, si capiva che quei grossi oggetti bianchi sparsi nell’erba, grandi anche come palline da baseball, non erano sassi o giocattoli, ma palle di ghiaccio. In paese  si vedevano a terra rami e foglie spezzati, e sulle strade tanti frammenti di oggetti distrutti, come semafori, lampioni, panchine e insegne, e tanti vetri.
Una grandinata veloce, sarà durata pochi minuti, ma pesante e distruttiva. Cominciavamo a notare anche le bozze sulle carrozzerie delle auto, e pure i loro vetri incrinati oppure spezzati e sfondati. Solo il nostro albero si era spezzato, e lo abbiamo tagliato facilmente, ma si vedevano sugli altri tronchi le ferite profonde e scheggiate inferte dal ghiaccio. Qua e là sul terreno c’erano anche alcuni piccioni morti.
Poi è iniziata la serie delle chiamate per allagamento, ma non dei piani interrati come al solito, bensì  dei piani più alti dei palazzi, quelli appena sotto ai coperti sforacchiati dove l’acqua era entrata meglio, inondando i soffitti e le stanze, sprizzando dai lampadari sui mobili e sui piatti e letti. In un caso si era anche staccato un pezzo di intonaco che era caduto sulla tavola in cucina. Niente di grave, ma soprattutto nulla che noi potessimo rimediare. Con tetti e lucernari sfondati e sforacchiati, e centinaia di tegole spaccate, servono teli grandi e i mezzi per stenderli in sicurezza sui tetti, e qui non c’era nulla da fare. La sola fortuna è che la pioggia era cessata e addirittura stava tornando il sereno, così c’era tempo per gli inquilini di asciugare e provvedere a qualche riparazione tramite ditte specializzate. Ma in fretta, prima delle prossime piogge.
Assieme alle chiamate per allagamento, la centrale ci ha passato diverse chiamate per i vetri rotti e pericolanti. Persone anziane, vetri pericolanti su strade e passaggi pubblici, son cose che si fanno facilmente. E anche per tegole pericolanti, smosse da vento o acqua.
Ma c’erano anche le solite chiamate da parte dei soliti ricchi che ne approfittano per chiederci di ripulirgli le stanze interne delle villette dai vetri e mettergli su dei teloni. Casi privi di rischio e delle caratteristiche del soccorso; uno di questi ci siamo rifiutati di farlo, quando il proprietario ha avuto l’arroganza di chiamarci una seconda volta.
E come al solito in questi casi, mentre operavamo presso una abitazione, c’erano persone che dalle vicinanze ci scorgevano e ci venivano e chiedere un aiuto. Noi avevamo già una lista trasmessa dalla centrale, e in questi casi ci regoliamo come si può: per i casi di pericolo immediato, come vetri realmente in procinto di cadere sulla strada, si fanno subito; per tutti gli altri casi diciamo loro di telefonare alla centrale e mettersi in coda.
Ci fossero più squadre si potrebbe fare qualcosa di più, ma le risorse dei pompieri sono sempre più scarse, e non ci sono altre partenze disponibili. Va già grassa che i danni sembrano limitato solo a questo paese, almeno nella nostra provincia. Vero che se i sindacati, che evidentemente comandano il corpo, la piantassero di ostacolare i distaccamenti volontari, ci sarebbero assai più squadre disponibili. Ma dato che secondo loro siamo noi il guaio principale del Corpo, vorrà dire che anche qui nascerà un gruppo di volontari di protezione civile, sul quale loro non hanno alcun potere.
Essendo domenica, pensavo, non sappiamo bene cosa stia succedendo nelle aziende della zona industriale. Qualche proprietario residente in paese, in effetti, si era preoccupato di andare a controllare, perché l’intervento finale era proprio presso una di queste. Quando siamo arrivati, la zona era pressoché deserta, anche qui frammenti di ogni genere sparsi per le strade. Qua e là qualche persona che controllava i propri capannoni. La nostra destinazione era uno stabilimento dove l’acqua era entrata dal coperto e, anzi, all’interno stava ancora grondando abbondante su migliaia di scatoloni e abiti confezionati. Ovvia mente era saltato anche l’impianto elettrico. Anche qui non possiamo farci nulla, anche perché l’acqua era quella entrata nella struttura del coperto in cemento armato e non c’era modo di fermarla. Ce ne siamo andati dispiaciuti.
I più divertiti erano i bambini, al solito, felici della novità e della rottura con la norma che questi episodi rappresentano. Ma c’era parecchia gente che camminava per le strade, inusualmente silenziose, con espressione sorpresa e un po’ allucinata, osservando i vari danni provocati. E si sentivano sempre più spesso i rumori degli abitanti intenti a riparare, pulire e sistemare. Chi raccoglieva i vetri, chi le tegole cadute a terra, chi spazzava le foglie e i rami spezzati dal vento. Chi con fogli di plastica chiudeva le aperture nelle auto e nelle abitazioni. Si vedevano anche i tecnici del comune e qualche vigile urbano, che verificavano gli edifici pubblici e gli impianti e avevano mobilitato Enel e Telecom per riattivare l’illuminazione pubblica e i semafori.
Noi tra un intervento e l’altro raccoglievamo i chicchi più grossi per osservarli da vicino e fotografarli. Si trattava proprio di sfere, compatte e bianche ma anche con strati trasparenti; le più grandi avevano la superficie esterna bitorzoluta, come se avessero assorbito alcuni grani più piccoli. Spaccate a metà, presentavano la solita struttura a strati concentrici, come le cipolle.Quando dopo due ore abbiamo terminato gli interventi, nei prati se ne scorgevano ancora tante.
Aspettiamo il sole.

arrivederci, mio comandante


Sapevo che ormai era ora. Mi sono assentato una settimana, e al mio ritorno il comandante provinciale era cambiato. Ne ho ormai conosciuti parecchi, circa ogni 8 o 10 anni il ministero li sposta, secondo disegni complessi e imperscrutabili. Si tratta di carriere di funzionari pubblici, in rotta verso ambite poltrone romane, ma ciascuno con stile e priorità diverse.
Per noi umili soldatini del grande esercito dei vigili del fuoco (sempre più esiguo, a ben vedere) questo importa, perché qualche novità c’è sempre, a volte piccola, a volte grande. Ma mai troppo, perché l’inerzia del sistema è notevole.
Ma se non si sa come sarà il nuovo, si sa com’era il precedente. Quindi molto spesso non si vede l’ora che ci sia un qualche cambiamento. Raramente, invece, dispiace. E questa era una di queste rare volte. Anzi, nella mia vita, l’unica volta. Sarò senz’altro una persona di gusti difficili, ma il passato comandante a me andava parecchio bene. E mi spiace veramente tanto che non ci sia più. So che adesso gli hanno affidato una provincia particolarmente impegnativa e interessante, con un territorio vario e peculiare per geologia, insediamenti urbani e industriali. Se la caverà benissimo, su questo non ho dubbi. Qualche timore invece lo posso avere per il mio distaccamentino di provincia, per di più volontario.


Il nuovo dirigente, in genere, all’arrivo deve mostrare di saper prendere in mano la situazione: amministrazione, risorse, personale, sindacati, enti locali, problematiche del territorio, ecc., e non lo invidia nessuno. Così di solito comincia a dare ordini, rivoluziona alcuni servizi, fa qualche controllo, sforna un po’ di ordini del giorno e così via. Il personale, dall’altra parte, lo studia con diffidenza, cercando di vedere fin dove può arrivare per influenzarlo e coglierne i favori. In questo i sindacalisti sono maestri, alla pari solo con i funzionari e le loro pratiche di prevenzione.
La speranza è che non faccia troppi danni, prima di capire la reale situazione. E qui si vede a quale dei due gruppi appartiene: ai comandanti burocrati o ai comandanti pompieri.
I primi non sanno molto di interventi e personale, ma conoscono le leggi e come si fa carriera, come rapportarsi coi sindacati e come avere il culo parato e una buona immagine pubblica e verso il ministero. A volte hanno una personalità forte, a volte no e diventano schiavi dei sindacalisti e dei politici. Di questi ne abbiamo avuti parecchi e uno in particolare che è stato una sofferenza unica, da non ripetere. Non sapeva neppure come si indossa un elmetto, e nessuno l’ha mai visto in divisa.
Dovete sapere che la componente volontaria del corpo nazionale è vista, da una certa parte del corpo che comprende anche molta dell’amministrazione centrale, come inesistente o come un corpo estraneo da sopportare e di cui diffidare. E i sindacati hanno fatto della guerra contro di noi una delle poche bandiere e degli ideali leganti il branco di cui sono a capo, avendo evidentemente ben poche altre idee. Meno ci conoscono e più hanno da dire, perpetuando le leggende metropolitane create nelle loro piccole menti allucinate e fanatiche.

I comandanti pompieri sanno cosa vuol dire andare in autostrada a dirigere le operazioni in un incidente importante, oppure, a qualunque ora, possono capitare su un intervento per vedere come va. E lo fanno in divisa ed elmetto, guanti in tasca. Possono anche arrivare a disertare una riunione dal prefetto per farlo. E sanno dirigere un intervento con competenza. Si interessano del personale, che conoscono, vigile per vigile, e visitano spesso tutti i distaccamenti, partecipano alle feste e alle cene, e conoscono i volontari per quanto sanno fare, senza sentire alcuna necessità di discriminarli, e li trattano come ogni altro vigile. Quando si parla di interventi, hanno episodi e racconti da riferire, consigli da dare. E quanto ai sindacati, li fanno stare al loro posto.
La persona che se ne è andata era uno di questi. Non perfetta, ovvio, con le sue pecche e compromessi, come tutti.
Il nuovo non si è nemmeno ancora fatto vedere nei distaccamenti, a differenza di tutti i suoi predecessori, ma diamo tempo al tempo, ha di sicuro i suoi problemi. Intanto ha già riempito comando e distaccamenti  di nuovi moduli da compilare quotidianamente. Alcuni sono fatti apposta per i volontari, e richiamano sinistramente tante diffamazioni di stampo sindacale. Primi segni sinistri, vedremo. Noi abbiamo le spalle larghe, temprate da secoli di esperienza.

Mio caro signor comandante, conservo con affetto il ricordo del nostro ultimo incontro, su un intervento mentre pioveva, in mezzo al fumo e al frastuono delle motopompe, quando, in divisa e sorridente, è venuto a salutarmi con la sua solita cortesia, contento di stringermi la mano sporca di fuliggine.
Arrivederci, signor comandante. Con persone come lei il Corpo può avere speranze, e un futuro in cui credere.

Commenti
  1. He, chissà ? Posso solo dire che se assomiglia alla mia descrizione, allora la persona che indichi può essere rara e in gamba. :)(uno dei motivi per cui mantengo un certo riserbo, è che i sindacati hanno messo una taglia sulla mia testa per certi fatti di tanti anni fa. ovviamente a favore della componente volontaria del cn vvf e del corpo in generale – ma che vitaccia me tocca fà…)
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  2. La persona che indico, l’ho vista una volta sola, quindi non sono sicuro che sia la stessa di cui parli tu. Più che altro il sospetto mi nasce da come hai descritto il comando a cui è stato assegnato, che potrebbe essere il mio.
    Se uso la funzione “contattami”, posso contattarti in privato?
    Grazie, ciao.
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  3. Aggiornamento.
    A distanza di alcuni mesi, il nuovo Comandante non si è ancora visto, non ha fatto il giro dei distaccamenti nè si è presentato. Mai visto su un intervento.
    Non solo, pare abbia snobbato anche gli inviti a incontri di diversi sindaci, e perfino del prefetto. Qualcosa non funziona proprio.
    Pare ami le carte, i regolamenti e fare lezioni e libri di prevenzione.
    Ha inviato un sacco di ordini del giorno a proposito di moduli da riempire, e a noi personale volontario va anche bene, in centrale pare che i moduli da riempire quotidianamente siano molti di più.
    Adesso vorrebbe anche che noi comunicassimo quotidianamente un foglio con le presenze nominative e sottoscritte ora per ora. (cosa che io son uso chiamare: lavoro a tempo pieno, e faccio già altrove perchè per campare mi serve un stipendio, per piccolo che sia  ).
    Non mi pare che sia un comandante pompiere, voi che dite ?

giornata piena, ma di poca roba


Primavera in arrivo, tempo variabile, incremento di piccoli incidenti. Sparsi qua e là nel tempo e nel registrone mensile sul tavolo.

Tra ieri e oggi, per esempio, quattro interventi, contro i zero degli ultimi quattro giorni. Roba semplice, ma ti parte mezza giornata ciascuno.
Ieri un recupero di camion. Nessun incidente, ma uscendo da una via laterale si è spezzato l’assale posteriore. Senza più le ruote, è scivolato di fianco nel fosso, rovesciando il carico di granoturco nel fosso e nel campo di grano vicino. Fortuna che nessuna auto o moto è rimasta coinvolta, nè si è fatto male il conducente. Regola il traffico, nervosisismo, in attesa dei vigili urbani, chiama la gru dal comando, tieni lontani i curiosi e sorveglia i proprietari del camion che prendono iniziative di ogni tipo, infilandosi ovunque mentre la gru è in azione. E le ore passano.
Stamattina un incidente, è piovuto e un’auto si è infilata di taverso in un canale, a metà nell’acqua. Due persone all’interno ci hanno detto, ma non era vero, erano già uscite da tempo e spedite al pronto soccorso.
Ma la strada era stretta, bisognava controllare il traffico mentre il carro attrezzi operava, e l’elettricità ancora attiva – il tergicristallo continuava a spazzare l’acqua pescando nel canale.
In più, per agganciarla occorreva usare le nostre scale per arrivarci, e infine il recupero lasciava sull’asfalto mucchi di fango e melma. da spazzare e lavare.
Poi la solita apertura porta per una signora anziana, ma complicata dal fatto che stavolta la porta era fatta bene e non lasciava passare la lastra. Dovendo scegliere tra segare le sbarre di una finestra e rompere un vetro doppio, e rompere il finestrino di vetro blindato sopra la porta, abbiamo giudicato meno dannosa la seconda soluzione. Così a turno abbiamo scalpellato il vetro, spesso e duro, appollaiati sulla scaletta mentre infiniti frammenti di vetro volavano attorno, e la signora seduta a distanza in mezzo alle sporte della sua spesa di guardava sconsolata. E allora ci fai quattro chiacchiere, per rassicurarla e tenerla su, un po’ di conforto fa sempre bene.
Infine il gattone, stavolta un bel bestione di quindici anni di età, colore cenerino, appollaiato su un albero presso una ricca casa di campagna. Tutto bagnato a causa della pioggia di stanotte, è lì da due giorni dice la padrona anziana e preoccupata. Colpa dei cani del vicino. Stavolta forse c’è davvero bisogno, il vecchio micio pare stanco e miagola basso, mugola. No problem, due pezzi di scala e il micio è in salvo nell’asciugamano della padrona.

Ordinaria routine.

NESSUNA NOSTRA NOTIZIA DALL'ABRUZZO



In tv, dall’Abruzzo non vedrete i vigili del fuoco volontari. I soli volontari cui è impedito il prestare soccorso nelle calamità nazionali, sono proprio quelli del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.


Per questo motivo non posso scrivere nulla delle nostre esperienze in quei luoghi e circostanze.

Proprio questi volontari italiani professionali, abituati a intervenire quotidianamente in mille situazioni diverse di soccorso tecnico urgente, abituati da una vita a lavorare in squadra e con poche chiacchiere, in qualunque situazione, che sanno muoversi in quegli scenari e usare gli strumenti adatti.
Ma ciò accade solo in Italia, beninteso. Nei paesi civili, dove il 90% dei pompieri sono volontari, essi sono i primi a partire e intervenire nelle calamità nazionali.

Come mai? Non certo per legge, o per qualche regolamento o intesa o esigenza di servizio. Anzi, ci sono indicazioni di inserirli nelle colonne mobili, la loro professionalità di vigili può godere di quella del lavoro che fanno per vivere (muratori, geometri, ingegneri, falegnami, tecnici, autisti e operatori di macchinari e ruspe, ecc. ecc.); ecc. ecc.

Pare sia un ordine dei sindacati di categoria. Nessuna attività che frutta soldi a un dipendente dello stato può essere occupata da un volontario parassita. E possibilmente non devono apparire in tv o in pubblico, non devono partecipare ad alcuna attività di soccorso che possa evere una rilevanza sui media o sull’imagine del corpo. Non devono usufruire di corsi, esercitazioni o iniziative rievanti.  Che nessuno sappia che esistono o che operano nel soccorso.
Gli appestati li tattavano meglio.
Ovviamente concorre anche una notevole mancanza di interesse da parte dell’amministrazione, occupata in altre faccende.

E quindi non devono andare neppure in Abruzzo. Lo possono solo vedere in TV, commentare e discutere sulle tecniche di soccorso, studiare i danni e le caratteristiche nelle immagini sullo schermo. Restando seduti e impotenti, mentre i comandi provinciali si arrabattano per riuscire a far partire tutti i permanenti senza compromettere l’efficienza del servizio quotidiano.

Ci possono andare, volendo, ma solo se si inseriscono in altre organizzazioni, come la Protezione Civile, o il 118. Con un’altra divisa, con altri mezzi e con altre competenze. E tanti lo stanno facendo.

Tanti colleghi permanenti, pensate un po’, si chiedono come mai, mistero misterioso, la Protezione Civile è in continua espansione, di uomini, mezzi, risorse e competenze, e il Corpo Nazionale no. Non ci arrivano, non riescono proprio a capirlo. Eppure i loro sindacati di categoria hanno ostacolato l’espansione dei propri volontari in tutti i modi possibili, hanno impedito la creazione di nuovi distaccamenti volontari (meglio nessun pompiere sul territorio piuttosto che un volontario), cedono competenze inutili come gli incendi di bosco, la logistica della calamità locali e nazionali, ecc. ecc. , e sono stati incrementati i vari servizi a pagamento (teatri, spettacoli, manifestazioni, ecc.). Da vent’anni mi sforzo di spiegarglielo, a tutti i livelli, ma non ci sentono. E ormai non si torna più indietro, è troppo tardi, prima o poi la PC assorbirà o sostituirà del tutto il CNVVF.

Vediamo tutti adesso in tv che la PC ha raggiunto livelli di organizzazione ed efficienza enormi. Ad ogni calamità fanno un grande passo in avanti, e quella competenza che all’inizio non aveva si sta formando, in modo sempre più serio. Ormai le competenze non sono più nemmeno limitate ai soli campi base e logistica (che già danno un bel daffare). Lo so che in tv, dietro gli intervistati in divisa nuova e pulita di ogni tipo in primo piano, si intavvedono i pompieri al lavoro, cone le divise impolverate e sempre attivi, ma l’immagine che viene data continua a essere un’altra. Ma ci sono tanti altri al lavoro, e i campi e la logistica, che dovranno durare mesi o anni, ci sono e funzionano sempre meglio.
Ormai gli manca solo il soccorso tecnico urgente (a dirla tutta in diverse località già la fanno, ma non ditelo in giro).

Se noi passassimo sotto la PC, assieme alle nostre attuali competenze,  potremmo aprire i migliaia di distaccamenti volontari che il paese ci chiede da sempre nel giro di un anno, garantendo finalmente il soccorso urgente in tempi decenti a tutto il territorio italiano. Come è nel resto d’Europa, e nei paesi civili del mondo. Se non lo facciamo, pazienza, lo faranno comunque loro. Solo un po’ più tardi.

Chissà come si sta in Protezione Civile, senza sindacati ?


*****
AGGIORNAMENTO – 10 aprile 2009

Mi hanno scritto e riporto:
"Gli unici vigili del fuoco volontari partiti sono quelli di Belluno ed alcuni del distaccamento di Lari (Pisa) con carro cucina che è assegnata a quella sede.

Comunque la presenza dei VVF volontari è assicurata dai Trentini, Val d’Aosta e Bolzano
Dalla Francia (confermato dal responsabile logistico dei VVF volontari francesi) lunedì 6 aprile sera è arrivata di VVF Francesi (10 una squadra dei VVF della Savoia e del Rodano).
Un’altra squadra è partita autonomamente da Nizza.

Comunque in Piemonte lapartenza della colonna dei VVF è stata oggetto di verbale di riunione tra la Direzione Regionale e le OO.SS (assente qualunque rappresentanza dei volontari). "

LASCIO AI LETTORI I COMMENTI


AGGIORNAMENTO – 16 aprile 2009
Senza limite di arroganza.
Ricordate? unica concessione alla componente volontaria del corpo nazionale per partecipare ai soccorsi del terremoto, era di andare ogni tanto nei comandi provinciali a tappare i buchi lasciati dai permanenti partiti.
Bè, non va bene neppure questo. Comunicati vari e lettere di proteste delle OOSS a ministeri e papi vari, denunciano che così si procurano problemi ai volontari e si impedisce ai permanenti di fare i doppi turni. Così facendo questi non possono godere dei compensi straordinari relativi, oltre a perdere i compensi di trasferta che spettano ai colleghi partiti.
Bè, nessuno li ha autorizzati a parlare a nostro nome, nè siamo stati interpellati su questi o altri problemi.
Ragazzi, ci vuole veramente una pazienza smisurata. Perchè fanno ben di peggio.

non è solo un po' di fumo…


Incendio in abitazione
"Devo pisciare anche io, come faccio?" brontola Gino, in risposta al lamento di Fazio. Essere svegliati a quest’ora, e per un incendio di abitazione con persone all’interno, non ti lascia molto tempo per prepararti. Giusto il tempo di infilarsi qualcosa, correre in caserma, arraffare l’attrezzatura e via sul camion, senza pause. E alle sei del mattino la vescica è piena. "Tienila per il fuoco" gli faccio. È vecchia la battuta, ma loro sono giovani. Questo è anche il loro primo intervento serio, dopo tanti cassonetti e porte da aprire. L’altra battuta è di farci un nodo, ma è superflua. Gino si tiene stretto al maniglione per non volare addosso a Fazio, e la concentrazione sull’intervento fa dimenticare le banalità. Anche io sono nelle stesse condizioni, ma me ne ricorderò solo tra quattro ore, come loro. È già molto se ho ricordato di prendere gli occhiali. Adesso tacciono e verificano i guanti e le chiusure del giaccone. Di solito sparano cazzate e bisogna farli tacere, ma oggi sono concentrati. Strano, sarà il tempo, o il sonno.

Non è mai semplice indossare l’autoprotettore seduti sull’autopompa in corsa, a sirene classicamente spiegate, sballottati da una parte all’altra ad ogni curva o frenata, e mentre i colleghi stanno compiendo sforzi analoghi. L’intreccio di braccia, gambe, indumenti e attrezzature può essere arduo da gestire. L’unica speranza è che la lunghezza del tragitto fornisca il tempo necessario; ma quando serve non è mai così.
Fazio se l’è già indossato, poi ci sarà pure Gianni o Fabrizio, che ci stanno seguendo con l’altro automezzo. Tra rumori, radio e sirena, bisogna urlare per intendersi. "Paolo, c’è l’autoscala?" "No, non hanno mandato niente dalla centrale, manco la botte, si vede che hanno valutato non serve". Mi manca qualcosa: "ma c’è gente dentro o no?" "Han detto di sì, ma hanno parlato solo di fumo nel vano scale. La villetta ha due piani, se serve, con le scale ci arriviamo" "vabbè, dico, ci mettiamo lo stesso le bombole; se non servono, meglio". "Se tengono chiuse le porte non dovrebbero avere problemi".
Occorre reggere lo spallaccio con la bombola, che è pesante e pieno di tubi, cinghie e manopole; poi infilare le braccia come fosse un giubbotto di due misure più stretto, e cercare di non strangolarsi nelle fascette. Poi allacciare la cintura e stringere le cinghie. A questo punto basta togliere la maschera dal sacchetto di plastica, avvitarla al riduttore, e indossarla lottando contro i suoi cinturini di gomma che avvolgono tutta la testa, e aprire contemporaneamente l’aria. Sì perché una volta stretta al volto, non si respira mica. Ma non bisogna neppure sprecarla l’aria, quindi questa fase va ritardata il più possibile. Infine bisogna indossare l’elmo, riuscendo a chiudere il sottogola sotto la maschera. E togliendo gli occhiali, tanto la maschera si appannerà già per conto suo; speriamo di vederci. Bè, tanto, se c’è fumo non è che si veda molto comunque.
Siamo quasi arrivati, ma non riusciamo a vedere se in cielo c’è fumo, misura della serietà del caso. Per le strade non c’è traffico, è domenica mattina. Imbocchiamo la via, vediamo solo un tizio in lontananza in mezzo alla strada che ci fa segno.
Quando siedo davanti, sul sedile del caposquadra, la manovra mi è quasi impossibile, visto che contemporaneamente devo fare altre cose e l’attrezzo è sistemato in modo che solo per afferrarlo si rischia la disarticolazione dell’omero, per non parlare delle acrobazie necessarie per indossarlo. Ma oggi il cs è Paolo, quindi posso avvalermi dei sedili posteriori attrezzati, che ti facilitano enormemente l’operazione piazzandoti il tutto direttamente sulle spalle.
Scendiamo e vediamo che un denso fumo nero esce da una finestra, proprio sopra le teste di due persone affacciate alla finestra al secondo piano e che gesticolano. La faccenda si fa più seria, non è solo un po’ di fumo per le scale. Dall’altro piano non si vede nulla. "Scala e naspo, veloci" Paolo urla pochi ordini secchi, e i ragazzi eseguono. Intanto io tento la porta, ma è chiusa. "Ho le chiavi se servono" dice il tizio di prima. Non sto neanche a pensare perché non ha aperto prima, la gente agitata fa cose ben strane. E infatti non ritorna, chissà dov’e andato, e qui il tempo stringe. Salgo anche io la scala italiana già montata, se il fuoco è già nell’appartamento bisogna ricacciarlo indietro per far respirare i due inquilini, e intanto qualcuno li farà scendere o si prenderà cura di loro. Ci vorrebbe l’autoscala, sempre che riesca a manovrare in questo cortilino con l’auto parcheggiata in mezzo per di più.
Scavalco il davanzale: dentro non è tanto caldo, ma il fumo in alto è denso e soffia sopra le teste. Dove sarà il fuoco? A tastoni procedo lungo il muro, inciampando in ogni mobile, cercando il fuoco, ma non trovo nulla. Non è qui. Allora bastava tener chiusa la porta. La accosto, ma ormai il danno è fatto. Vicino a me trovo Fazio con naspo e bombole, anche lui cerca il fuoco.
Inutilmente. Io vado un po’ avanti con la mano sul muro, nella nebbia fittissima ma grigia e che non scotta, una stanza alla volta. Arriverò pure alle scale. Intanto apro anche le finestre per dare aria, e il fumo si fa meno fitto e l’aria più respirabile.
Finalmente riesco a trovare la porta d’ingresso dell’appartamento, aperta pure questa, e le scale. Qui il fumo è più fitto e caldo: fuochino. Comincio a scendere e sento il crocchiare tipico dell’incendio attivo, e più in basso il bagliore rossastro pulsante: fuoco. Piccolo, però, la temperatura è bassa. Non posso procedere senza acqua, potrebbe essere un grosso incendio in cantina o magari in garage, che fa capolino. Apro i finestroni lungo le scale per evitare che vada su e torno indietro a chiamare Fazio che mi seguiva. Non riesco a comunicare con gli altri, la maschera blocca o distorce la voce, anche urlando non mi sentono. Noto che adesso nell’appartamento il fumo è molto calato, i colleghi stavano facendo respirare i due inquilini con la ‘frusta’ e il sacchetto, ma ormai non serve più. Sento il loro fischio di fine aria, dura poco. Il fumo l’hanno già respirato, però, bisogna farli arrivare all’ambulanza al più presto per i controlli. Anche se è partita l’autoscala dalla centrale, serve tempo per arrivare qui, quindi bisogna rendere agibile il vano scale, oppure farli scendere con la scala italiana – cosa da tenere per ultima perché è pericolosa. Queste persone sono anche pesanti.
Se il fuoco è piccolo, come credo, si dovrebbe risolvere in breve, ma serve l’acqua. Fazio è già qui e parte deciso nella direzione che gli indico, mentre gli allungo il tubo. Lui spegne le fiamme in pochi secondi; la luce rossastra e il calore spariscono come il fumo residuo che svanisce attraverso i finestroni del vano scale.
Ricompare il mondo reale.
La porta d’ingresso è finalmente accessibile e spalancata. Passo sopra ai resti fumanti di un quadro elettrico, un classico. L’incendio è tutto qui, piccolo piccolo, eppure ha fatto un danno enorme. Il volume di fumo tossico sviluppato da pochi chilogrammi di plastica e legno è incredibile.
Mentre mi tolgo l’autoprotettore, controllo che la scala sia agibile e segnalo ai ragazzi del 118 in cortile che possono salire, accompagnati da un paio di colleghi. In cinque minuti gli inquilini sono in ambulanza diretti al p
ronto soccorso locale, e aiuto i colleghi a smassare. Paolo è intento a prendere i dati e parla con i carabinieri.
Vedo diversi vicini in pigiama lungo la strada che guardano. Andrea mi dice che la corrente è saltata in tutto il quartiere, l’ENEL sta arrivando.
Il bar presso la caserma ci aspetta. E anche il bagno, mi siete dimenticati?

viene gennaio silenzioso e lieve…


Alla mezzanotte, in tutti i comandi d’italia il conteggio degli interventi riparte da uno. Una volta l’abbiamo avuto noi. Ma è raro, specie in una notte come questa. Una pioggia gelata sta ricoprendo di ghiaccio le strade. Già tante squadre sono fuori al lavoro, tra auto fuori strada, incendi di cassonetto e falsi allarmi. Non c’è stato neppure il tempo per lo scambio di auguri via radio.
Finora ce la siamo scampata, ma non può durare. E infatti dopo pochi minuti il chiasso della tradizionale cena in caserma viene interrotto dal tono della chiamata dalla centrale, che ci assegna come primo nostro intervento dell’anno una bella canna fumaria. Peccato, stava per arrivare il fritto misto di mare. Magari siamo di ritorno per il dolce.

Se il fuoco non si è esteso al coperto in legno, in genere è un intervento semplice. Stasera temo anche il ghiaccio, quindi spero in più di poter evitare il tetto. Si cammina mica bene sulle tegole scivolose, e non c’è corda che tenga se brucia davvero.
Per strada non incontriamo nessuno; miriadi di luci colorate disegnano sullo sfondo nero un paesaggio di fantasia, mentre in alto i rari fiocchi di neve riflettono in guizzi azzurri la luce pulsante dei lampeggianti. Sulla strada scintillano i cristalli di ghiaccio.
Arriviamo all’indirizzo ma non vediamo fiamme nel cielo, cosa che è un ottimo segno. Si tratta di una casa di campagna ristrutturata, col coperto in laterizio, e non in legno come ci avevano detto. Notiamo subito che il comignolo è avvolto da una fitta rete metallica, come al solito.
Gli inquilini sono tranquilli e ci accompagnano dentro. Ormai la fuliggine nella canna si è esaurita. Lo specchio infilato nella bocca del caminetto mostra il cielo esterno, illuminato dal nostro gruppo fari.
Manca un abbaino, e non ci resta che montare la scala italiana per andare a controllare il comignolo. In cima vedo subito che non se ne parla proprio di andarci sopra: la pioggia è ghiacciata formando uno strato di ghiaccio trasparente sulle tegole. Ci appoggio sopra la mano, ma non riseco a tenerla ferma, si scivola troppo. Per fortuna vedo bene il comignolo, che è intatto.
Rientriamo. Sono rimaste di sicuro un po’ di torte. Ma ci saranno altri interventi, oggi. ce sono sempre di nuovi. Il conteggio procede.

non abbandonate le iguane


Una volta, d’estate, lungo le autostrade usava abbandonarci solo i cani, a volte i gatti.

Da qualche anno usa invece abbandonare anche rettili, uccelli, pesci, ragnoni e altri animali esotici. Si vede che gli orizzonti geografici si sono allargati, anche ai soliti deficienti.

L’altro giorno abbiamo recuperato un bell’iguana verde e ben pasciuto. Se ne stava tranquillo e beato, appollaiato al sole sul ramo più alto di un albero, nel cortile di un condominio. Non faceva male proprio a nessuno, ma alcune signore del posto erano già isteriche per la grave minaccia allo status quo. Personalmente sono sicuro che per arrivare alle dimensioni di Godzilla ce ne correva ancora parecchio.
Inespressivo per noi mammiferi come tutti i rettili, non ci ha saputo indicare l’indirizzo di casa (sicuramente lì vicino), così l’abbiamo fatto entrare in un comodo scatolone e consegnato al personale della forestale locale. Che ha già una bella collezione di animaletti simili, tutti sfrattati di fresco.

E’ già il terzo nel nostro piccolo territorio di provincia. Chissà dove li comprano? Io ricordo anche un pitone, pappagalli, un paio di furetti, qualche mucca da corsa, cavalli ecc. Non animali da lavoro, ovvio, ma "da compagnia". O da esibizione. 

Il solito cane, anche di razza, ormai non basta più come giocattolo o status symbol. E forse neanche i grossi felini. Che sono impegnativi da mantenere e sono anche meno peluche dei cani, i quali, poveretti, sopportano di tutto. La storia degli avvistamenti della famosa pantera nera è ormai tradizionale. Altro che sasquatch.

Io aspetto da anni che dai nostri canali emergano minacciosi i coccodrilli. E oggi, finalmente, sul quotidiano locale è segnalato un avvistamento di questo simpatico animale, in un fiume presso il capoluogo, grande città colma di gente cosmopolita. Sarà il solito articoletto estivo, gli UFO hanno già stancato, ma io spero sempre…
Chissà come si acchiappa un coccodrillo? 

PS
dimenticavo: se vi capita di avvistare una povera bestia abbandonata, o di volerne abbandonare una, potete rivolgervi direttamente alle locali associazioni animaliste o al Corpo forestale dello Stato.
Se non trovate nessuno, provate la Polizia Municipale. Se poi non trovate ancora aiuto, allora telefonate pure a noi, e chiedete un consiglio. Tanto siamo sempre aperti – fate il 115.

acqua e vento e fulmini


Clop. Tic. Haaaaaarr. Pausa.
Clop un altro gradino, tic il bastone e ahhhhrrr una boccata d’aria risucchiata con affanno e dolore. Una pausa per raccogliere le forze per il successivo.
"A questa le piglia un infarto", lo pensiamo tutti, e siamo solo alla prima rampa di quattro. In cima non ci arriva mica. E da trasportare giù a mano mi sa che è pesante. Avrà novant’anni, e cammina a fatica. Eppure ha insistito per condurci dal piano terra fino alla soffitta di questa antica e strana casa torre di quattro piani. Un gradino alla volta scalato con ostinazione e fatica, un rantolo alla volta sempre più profondo. E noi dietro, in fila indiana, tutti bardati e con corde e attrezzi, un passo alla volta. Clop fa lei; clop clop clop clop facciamo noi. Pausa. Eh, abbiamo preso il ritmo.
Tutti seri, per quanto possibile, la signora è troppo dignitosa e amabile per rischiare di mancarle di rispetto. Le pareti della scala sono tappezzate di quadri, olii, tempere, acquerelli, chine, tutti di ottima qualità. Ad ogni pianerottolo, grandi foto dei nonni e bisnonni, mobili antichi sul serio, testimoni di una passata agiatezza. Ormai perduta, ma è tutto in ordine. Ancora un salto nel tempo, qui siamo in pieno inizio di 900. Non so mica se i colleghi apprezzano. Io sì, ovvio. Però sono stranamente tranquilli.
È stata un’estate ben strana. Fino a una settimana fa è stato freddo e piovoso. Allagamenti continui, abbiamo passato giorni a svuotare cantine e autorimesse. Poi qualche giorno di sole improvviso e afoso e poi ieri l’altro un colpo di coda del maltempo, una tromba d’aria violentissima che ha fatto disastri notevoli nella stretta striscia di terreno dove è passata. Acqua ad autobotti, mica catinelle, che ha allagato strade e soprattutto scantinati e garage, ma anche case e campi e cortili. Poi alberi sradicati, diversi appoggiati ad abitazioni; ulteriori coltivazioni abbattute, anche alcune vigne abbattute come castelli di carte. Grandine, che ha ammaccato auto e ha defoliato interi campi di granoturco. E anche fulmini, uno ha colpito una vecchia enorme quercia, una delle poche superstiti. Ok, giove l’ha benedetta, etruschi e celti sarebbero stati contenti di tanta santità e degnazione divina, ma a noi è toccato segarla tutta. Tre ore buone di lavoro. E un peccato, un albero così bello e sano, uno degli ultimi ormai. Abbiamo passato giorni a svuotare cantine e segare legno.

Ancora una rampa e ci siamo.
Dobbiamo andare a riparare un lucernario, danneggiato dal vento che ha spazzato con violenza rara il nostro comune qualche giorno fa. Il centralinista della sala operativa era incerto se mandarci o no,
a rigore non gli pareva un intervento di soccorso, ma la signora ha dichiarato di vivere sola e di non avere nessuno per un aiuto. Quindi siamo qua, il camion parcheggiato fuori, davanti a questa casa antica nel centro del paese. Tutto tranquillo, se non altro, dopo giorni passati a correre qua e là cono tutti gli automezzi disponibili, e anche squadre dal comando provinciale.
Ieri pensavamo che fosse finito, e invece ci hanno chiamati per un’ulteriore albero pericolante. Un bell’abete altissimo, curvo verso la strada. La padrona era una signora meridionale, grossa e grassa, ben vestita, di quelle abituate a pretendere e che non stan zitte neanche con una scarpa in gola. L’albero era ancorato con cavi di acciaio ormai rugginosi, da anni. "e infatti il vento ha fatto tagliare il tronco al filo, vedete?" A mezz’altezza il cavo era penetrato nel tronco. Ma un cavo non taglia un albero del genere, di mezzo metro di diametro, e il "taglio" non è che la cicatrice del legno cresciuto attorno al cavo nel corso di decenni. La signora ci sta prendendo per i fondelli. Saputo che il giorno prima eravamo intervenuti in paese con gru e motoseghe per tagliare alberi schiantati dal vento, voleva solo approfittare per liberare il suo giardino a gratis. Col vento l’albero non aveva fatto neppure una piega; mancavano tutti i caratteristici segni di sforzo sul terreno e le crepe nel tronco, e perfino foglie o rametti caduti attorno. Se vuole disfarsi dell’albero dovrà pagare un giardiniere. Bè, è mica la prima furbetta, capita continuamente. Basta non farci caso e chiarire le cose.
E poi ci sono persone come questa signora, invece, che ha un piccolo bisogno, ma ce l’ha davvero. Per questo la seguiamo in silenzio e volentieri su per questa scala. Bè, siamo arrivati finalmente in soffitta, lei è senza fiato – ma viva – appoggiata ad un comò a riprendere fiato.
Non è rotto l’abbaino, manca proprio. Lei temeva che la pioggia potesse entrare e rovinare la casa. E ha ragione. Aldo si lega e mentre Roberto lo tiene esce sul tetto e recupera il coperchio del lucernario. E lo ripara pure. Tutto qua. Abbiamo fato bene a venire, poteva cadere sulla strada in testa a qualcuno.
La signora è non contenta, ma addirittura commossa. Ecco, adesso inizia la discesa fino al piano terra. Provo a dirle che può fare con comodo e conosciamo l’uscita. Macchè, ci accompagna giù. A dir la verità dev’essere pure sorda, non mi ascolta molto e continua a parlare per conto suo. Mi regala un libro, preso a caso, ce ne sono parecchi sparsi per casa. Non riesco a rifiutarlo, non mi ascolta proprio e si sta pure commuovendo. Dopo un quarto d’ora la salutiamo al piano terra. Tutti contenti, è un intervento da nulla, ma ci ha dato più soddisfazione di tutti quelli degli ultimi giorni. He, capitano anche queste cose.
E poi noto che ho ancora parecchio fango secco sugli stivali, quando siamo in caserma sarà bene pulirli.



Appendice.
In casa della signora c’era, tra le tante foto antiche appese al muro, quella di un distinto signore baffuto, che fissava con uno sguardo arcigno l’insolita processione sulle scale di casa sua. Quello sguardo mi aveva colpito, mi ricordava qualcosa. Ma cosa?
Più tardi, a casa, mi è venuto un sospetto e sono andato a consultare l’archivio storico del mio distaccamento (roba mia, ho anormali e pericolose manìe storiografiche). E l’ho trovato quel ritratto e anche la scheda biografica di quel signore.
Pompiere civico nel mio paese a cavallo del ‘900, una presenza costante e importante per decenni, un encomio solenne e pubblico per avere spento da solo un pericoloso incendio. Era muratore, capo-mastro, sapeva come fare. E aveva pure costruito quella strana casa dove lo avevamo reincontrato.
La signora è la nipote, e ci sono tornato a indagare. Lei ricorda tutto, e conserva appassionata la storia della famiglia. Anche il diploma dell’encomio. E sta cercando in soffitta le foto del nonno pompiere.
Ormai sola e handicappata, mi racconta triste che l’altra sera, scoperto il guasto in soffitta, aveva telefonato a tutti i conoscenti del settore (muratori, architetti, operai) per avere un aiuto, ma nessuno aveva trovato il tempo di andare almeno a vedere, tutti la scaricavano a qualcun’altro. Lasciandola nell’angoscia non tanto del guasto in soffitta, ma nella coscienza di essere ormai sola e abbandonata.
Alla fine le era venuta l’idea, estrema e strana secondo lei stessa, di rivolgersi come ultima risorsa ai pompieri, mai chiamati in vita sua.
Le ho lasciato il mio numero di telefono, in caso di bisogno; e tornerò anche a trovarla per ascoltare le sue storie del nonno, e di questo paese come era una volta.

rescue me, prima serie, in Italia


Strano, ma è arrivato in Italia il serial Rescue Me; la prima serie è stata trasmessa sul canale FX di SKY nel mese di marzo 2008. Speriamo proseguano con le altre.
Si tratta delle incasinate vicende personali di un vigile del fuoco della squadra Engine 62 di New York City, Tommy Gavin, interpretato da Denis Leary. Che è stato anche l’ideatore della serie l’indomani dell’11 settembre, dopo aver perso alcuni amici e parenti. Per motivi familiari è cresciuto nei distaccamenti dell’FDNY, e ne conosce bene i retroscena.

(vedi la mia recensione di quatto anni fa: http://vigilfuoco.blog.tiscali.it//Rescue_me__pompieri_a_New_York_City_1091523.shtml)

Non aspettatevi la storia dei pompieri di New York, né interventi eroici, né banalità scontate, o le fantasie allucinate di analoghi (?) e pretestuosi serial italiani. C’è tanto della vita nei distaccamenti, ma dietro le quinte, dove il pubblico non entra.
Si intrecciano le vite private dei pompieri, le tragedie, i problemi, lo stress e le paure di chi fa un mestiere del genere, e delle soluzioni che inventa per tirare avanti, per sé e per la famiglia. Spesso non convenzionale, perché la realtà è questa, e le convenzioni e le procedure scritte non servono ad affrontare l’imprevisto. E con una dose di ironia e schiettezza, spesso crudele, che difficilmente può essere compresa da chi non fa questo lavoro. E il cameratismo autentico, dei compagni di mille avventure, con cui litighi pesantemente, ma con cui rischi la vita ogni momento. Spesso ricorda la serie italiana di Amici miei. Niente eroi, tanti fallimenti, tristezza e angoscia.
Tommy è un buon pompiere, ma è un pessimo marito e padre. Alcoolizato dopo l’11 settembre, separato, è violento, mente, ne fa di tutti i colori, ed è continuamente perseguitato dai fantasmi del suo passato, le persone che non è riuscito a salvare, il cugino pompiere morto, Gesù e la Madonna che cercano di raddrizzarlo.
Gli interventi ci sono, ma come casuale teatro delle chiacchierate tra i protagonisti. Vero che costa molto realizzare scene tipo Fuoco Assassino, ma è anche vero che il 90% degli interventi reali sono ben poco appariscenti. Per ogni incendio di appartamento (e quelli di NY sono ben tosti), ci sono decine di aperture porte, verifiche per fughe di gas, gatti e cassonetti del rusco.
Anche a me interesserebbe di più la vita del distaccamento, e invece per l’80% si parla dei casini familiari dei vari protagonisti. Peccato. Ma resta lo stesso affascinante anche, e mai del tutto fuori tema. Sospetto che Leary prenda molto da fatti reali.
Seguendo le notizie del FDNY da anni, noto che diversi temi d’attualità finiscono nel serial. Non tutti e non del tutto, ma ci sono. Le donne pompiere, i neri, gli scioperi (solo accennati), la politica, i gay, il supporto psicologico e le paghe basse, gli scherzi pesanti, l’alcool, la droga, il sesso, la corruzione di funzionari e politici, i preti pedofili, ecc. ecc.. Perché di quanto succede nei distaccamenti e nell’organizzazione antincendio USA molto è pubblico. Leggetevi il New York Times e i loro forum e, se volete, le biografie.
La cosa più sorprendente è quanto sia vicino e comprensibile per i pompieri italiani (quelli veri, operativi, non quelli dei ministeri o degli uffici – ovvio), e come le situazioni, familiari o sul lavoro, siano spesso simili sulle due sponde dell’oceano. I miei colleghi, che rifiutarono orripilati la serie inglese, sono piuttosto interessati in quella tradotta. I discorsi negli spogliatoi o sul camion hanno parecchio in comune coi nostri, così come le motivazioni, le cazzate, i dubbi.
Quando uscì negli usa metà dei pompieri lo accolse con entusiasmo come una foto della propria vita, metà lo rifiutò con orrore. Dopo quattro anni la serie è ben accetta, e molto seguita dal pubblico civile, pur con tante polemiche come quelle sui recenti episodi che mostrano scene di violenza e stupro.
Ritengo sia notevole la colonna sonora, per nulla scontata nè facile. Ogni episodio ha una sua lirica, ottima le musica, ma il testo è cucito sull’episodio.  

Nel complesso, la serie è piacevole, un po’ fuori dai soliti schemi e con qualcosa della nostra cultura. Poteva evere molto di più, ma non ce l’ha. Pazienza e accontentarsi.

Negli states stanno girando la quinta serie, prevista per febbraio 2009 su FX Network. Carini i mini- episodi che stanno trasmettendo nell’attesa. Sono state fatte quattro serie da 13 episodi, mentre per la prossima saranno 22. In rete troverete gli episodi originali in contemporanea alle trasmissioni americane.
In attesa del DVD, chi vuole può cercare gli episodi doppiati in italiano in rete, o comperarsi le quattro serie in lingua originale da Amazon: http://www.amazon.com/Rescue-Me-Complete-First-Season/dp/B0008JIJ1A/ref=pd_bxgy_d_text_b. Qualcosa si vede su YouTube, e ovviamente tutto si trova in rete.
Qui il sito ufficiale: http://www.rescuemetv.com/
E qui tutto sugli episodi: http://www.tv.com/rescue-me/show/24321/episode_listings.html?om_act=convert&om_clk=episodessh&tag=episodes;more
Il sito migliore dei pompieri americani:
http://forums.firehouse.com/forumdisplay.php?f=286

notti d'estate…


"Io qui non vedo niente. E lì?". Mi fa Riccardo.
"Macchè" rispondo dall’altra estremità del palazzo.
Unicamente le nostre voci animano via Natali. È notte fonda e la luce fissa dei lampioni mostra solo parte delle facciate dei palazzi; nelle ombre guizza il blu dei nostri lampeggianti.
E adesso che facciamo? Il centralinista del comando ci ha mandati qui perché un tizio ha telefonato che vedeva un bagliore come di fuoco dentro una finestra di un appartamento in un edificio lontano. (come e perché alle due di notte questo riesce a vedere queste cose può essere questione interessante, ma non pertinente…).
Non è cosa nuova, e in genere si tratta di cazzate; fumo di camino, nebbia, luce di lampione, visione, apparizione mistica, ecc… Nelle notti calde s’estate, o nei lunghi pomeriggi della domenica, c’è gente che passa il tempo guardando in giro e, non essendo abituata a robe diverse dalla tv, vede cose nuove e quindi tutte pericolose. Ufo, tegole pericolanti, animali selvaggi e pericolosi, uccelli sugli alberi da salvare, fumate strane in campagna, ecc. ecc.
Ma una volta su venti si tratta davvero di un incendio, e quindi è bene indagare.
Riccardo stasera è capo partenza, cavoli suoi decidere. Il centralinista non ha chiesto, o non ha potuto, l’indirizzo del richiedente, così non possiamo andare a casa sua e farci mostrare esattamente cosa vede. E non risponde neanche al telefono. La via è lunga, la percorriamo a piedi col naso in aria in cerca di indizi. Niente luci strane, niente fumo, nessun odore anomalo. Tutto normale, uniche anomalie la presenza del nostro camion e noialtri vestiti da intervento pesante. Qui siamo nel centro storico, di giorno passano poche auto.
Riccardo riferisce alla sala operativa e rientriamo.


Il tempo di svestirci e fare quattro chiacchiere che ci telefona di nuovo. Il tizio si è rifatto vivo e riferisce di vedere ancora una specie di incendio; non vuole dare il suo indirizzo, ma ha dato quello del palazzo, il numero 10. E dice pure che ci vive una vecchia da sola. Come fa a saperlo? Gatta ci cova… mah. Torniamo fuori di volata.
Più o meno dove eravamo prima c’è un palazzo di tre piani. Non si vede nulla. Nessuna luce, fumo o altro. Silenzio assoluto. Nessun segno di incendio. Suoniamo a tutti i campanelli? O scaliamo tutto il palazzo entrando ad ogni piano? Sistema sicuro per disturbare un sacco di persone, e di prendere un pacco di insulti, per non parlare delle fucilate – mai da escludere. Sono le tre in una notte molto calda, si fatica a prendere sonno. E noi siamo vestiti da incendio e quindi fa un bel caldino afoso.
Dalla strada non si vede ancora nulla. Palazzi alti qui sono pochi, dove può stare appollaiato di vedetta il tizio misterioso? Se conosce l’indirizzo deve stare vicino: di due palazzi uno solo pare in posizione utile, quello nella strada dietro. Andiamo a vedere, e da là finalmente si intravvede qualcosa. Ad una finestra aperta dell’ultimo piano pare di vedere una fioca luminosità rossa, che va e viene. Me la immagino o c’è davvero? Riccardo, tu lo vedi? Col naso in aria e una mano che impedisce all’elmo di scendere sugli occhi, fissiamo a lungo. Mah, non sarebbe la prima volta che un incendio in una stanza interna appare così. O magari è un lumino davanti alla madonna.
OK, torniamo e Riccardo si decide e suona tutti i campanelli. Poi li risuona. Ohè, ma non risponde nessuno? Tutti i piani tranne l’ultimo hanno le finestre chiuse, quindi o sono sfitti o sono in vacanza. Risuona a lungo quello dell’ultimo. Niente da fare, non una luce, o una voce. Il rischio aumenta. Montiamo in fretta l’intera scala italiana, è un quarto piano, e la appoggiamo al terrazzo. Certo che avere un’autoscala sarebbe bello, pork se pesa!
Riccardo sale per primo. I ragazzi vorrebbero salire, lo so, ma qui ci può essere una situazione seria (bè, al 60% per adesso – il rischio più probabile è che ci sparino), quindi per secondo salgo io. Se c’è davvero qualcosa serviranno autorespiratori, corda e manichetta. Ma è tutto immobile e tranquillo, prima indaghiamo con cautela. Stiamo per entrare in casa di qualcuno alle tre di notte, e dalla finestra, per cui… Di norma dovremmo chiedere l’intervento della Polizia di Stato per entrare in una abitazione privata, ma qui ci sono gli estremi di urgenza e non serve.
Ok, la porta del terrazzo è spalancata. "c’è un cane" mi sussurra Riccardo. Scruto nel buio del salotto e in effetti vedo un bel cagnone nero che ci osserva tranquillo, seduto davanti ad una porta a vetri. Fa la guardia alla camera da letto, immagino. E proprio lì si intravvede la debole luce rossa tremolante. Sentiamo anche uno strano odore dolciastro, debole, ma nessun altro segno di incendio. Lumino devozionale, o piccolo incendio di materasso? Ne abbiamo visti tanti.
Parlo a voce molto alta: "vigili del fuoco, c’è nessuno in casa?". Il cane non si muove. Ripeto diverse volte. Nessuna reazione, nessuno risponde. Pork, vuoi vedere che la vecchia è svenuta o ha avuto un malore, o è intossicata dal monossido? È già successo pure questo. Bisogna andare a vedere, e veloce. Faccio un paio di passi: il cane si agita, non abbaia. Brutto segno, è pure grosso, ma almeno tiene la coda tra le zampe. Avanzo e lui si sposta di lato, ringhiando un po’. Da un’altra stanza un secondo cane inizia ad abbaiare. Dietro di me sento un fruscio: un pappagallo ci guarda dalla sua gabbia. Bello zoo, manca solo il gatto da appartamento che ci aggredisce e la vecchia col coltello in mano dietro l’uscio (già successo pure questo).
Riccardo sorveglia il cane, che ci fissa dal buio. Ok, con un occhio al cane, poggio una mano sulla maniglia e socchiudo la porta. Piano e poco, se c’è davvero un incendio rischio di alimentarlo, anche se piccolo. Dentro niente fiamme, un letto e, sopra, due corpi. Nudi e immobili. Una donna e un uomo accucciato dietro. La scena richiama "Il cane di terracotta" di Camilleri. Mi sento un attimino fuori posto. Ma perché non mi sentono? Svenuti? Morti? Mah? La mia lampada illumina una pelle di colore normale, niente sangue. Se fossero morti sarebbero bianchi, se intossicati dal monossido, rossi. Decido di dargli un’ultima occasione, tanto di fuoco o fumo non ce n’è. Richiudo la porta e busso forte, urlando. Due, tre volte. Il tempo passa. Finalmente una voce impastata echeggia nelle tenebre. "arrivo, un attimo". He, finalmente! Mo’ aspettiamo qui.
Arriva l’uomo (in pantaloncini) che non mi vede, con la mia lampada negli occhi, "scusi, può mica accendere le luci?" "he? Ha, sì". Spieghiamo la situazione, scusandoci, e assieme ispezioniamo l’appartamento. Tutto a posto, solo sulla soglia del terrazzo della stanza da letto trovo un paio di candele antizanzare. Era questa la luce che si vedeva, amplificata dal gioco delle vetrate. Intanto è spuntata la donna (bionda, giovane e notevole) e pure la nonna. Ma in quanti sono?
Fortunatamente l’hanno presa bene, ci ringraziano pure per il nostro interessamento, mentre noi ci scusiamo ancora. Torniamo giù dalle scale e smontiamo la scala, mentre raccontiamo ai ragazzi la situazione.
Cose che capitano nelle notti d’estate, meglio così. Resta da spiegare come mai nessuno dei tre inquilini non abbia sentito né il campanello né le nostre grida. Forse non è così difficile rubare in un appartamento. E quello che ha chiamato, come faceva a vedere così lontano e a sapere tante cose? Ma più che ai particolari dell’intervento i ragazzi sono interessati alla donna bionda; ne avranno da fanta
sticare e sparlare per almeno tre giorni. Mah, ‘sti giovani…